venerdì 8 ottobre 2010

Gelmini e la riforma dell'Università.

Intervista ad Antonio Genovese
A cura di Bijoy M. Trentin e Emanuela De Luca


Il percorso di elaborazione della Legge relativa alla riforma dell’Università è incerto, per le vicende finanaziarie, ma anche per le proteste, vaste ed articolate che ne hanno accompagnato l'iter parlamentare.
La legge prevede mutamenti a tutti i livelli, dalle questioni didattiche alla governance.
Ora, molti ricercatori sono favorevoli a non dare la disponibilità a assumere la responsabilità didattica dei corsi per affidamento/supplenza nell’a.a. 2010/2011, non essendo formalmente tenuti a svolgere questo specifico tipo di attività didattica: ciò non sarà irrilevante, poiché moltissimi corsi sono ‘tenuti’ proprio dai ricercatori a tempo (in)determinato. Se le misure previste per le possibilità di carriera di questi sono ritenute insufficienti, quelle per i cosiddetti ‘ricercatori precari’ sono considerate ancora piú inadeguate. Il problema principale, tuttavia, è – si sa – economico: i finanziamenti sono carenti, anche in fase di riforma. La strettoia riduce considerevolmente le possibilità di reclutamento di personale ricercatore-docente, conducendo l’università all’impoverimento delle specializzazioni (di certo di quelle non facilmente mercificabili), in un magma generalista, tutto appiattito sui criteri economici, che non considera le potenzialità delle specificità, preziose a fronte anche di dati quantitativi minimi, che non dovrebbero condurre alla creazione di lugubri riserve o persino a nefaste soppressioni: il rapporto che si sta delineando tra centralismo e autonomia garantirà ancora il rispetto di standard condivisi e l’effettiva valorizzazione delle capacità?
Su questi e altri temi di riforma dell’università abbiamo intervistato Antonio Genovese, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale (http://www.unibo.it/docenti/antonio.genovese). [B.M.T.]


Rispetto al “decreto Gelmini” ci sono state posizioni particolari nella Facoltà in cui lavora?

Sì. Intanto c’è stata l’iniziativa, anche molto ben organizzata, dei ricercatori strutturati. Perché queste proposte legislative sembrano, per quello che se ne conosce oggi, costruire un buco nero per gli attuali ricercatori: non si capisce bene quali prospettive di carriera potranno avere, quale sarà la loro collocazione futura. E questa, credo davvero, sia una situazione molto pericolosa perché gli attuali ricercatori non fanno solo ricerca all’università, ma anche didattica. C’è un carico consistente della didattica universitaria che corre il rischio di essere bloccato. Inoltre in queste iniziative governative c’è, secondo me, anche un tentativo di mascherare le situazioni.

Cosa intende dire?


Provo a spiegarmi perché credo che su questo tema occorra fare un passo indietro. All’interno della riforma universitaria, che è necessaria, si pone anche il problema dello stato giuridico dei docenti. L’attuale modello, anche se criticabile, è un modello che prevede in teoria due fasce di docenza, ma di fatto ve ne sono tre: i ricercatori, i professori associati, i professori ordinari, con poca distinzione di ruolo tra l’associato e l’ordinario, ma con una forte differenziazione tra ordinario/associato e la fascia dei ricercatori. Modello, come dicevo, criticabile, ma che aveva una sua logica: nacque come tentativo di razionalizzare la presenza dei ricercatori e dei docenti all’interno dell’università: prevedeva, alla fine della laurea, un momento di formazione, retribuito attraverso borse di studio, il dottorato di ricerca. Fra i dottori di ricerca, o meglio in maniera privilegiata fra i dottori di ricerca, doveva aprirsi la gara sulla base del merito per un posto di ricercatore. E il modello prevedeva che il ricercatore, che inizialmente doveva formarsi sia nella ricerca sia nella didattica, potesse poi avere davanti a sé aspirazioni di carriera col passaggio – attraverso concorso - a professore associato. Poi, come professore associato, poteva migliorare la condizione economica ma anche (diciamo così) la condizione professionale e di ricerca, con il passaggio a professore ordinario. Ovviamente non tutti i ricercatori sarebbero diventati associati e non tutti gli associati, ordinari: i concorsi avrebbero selezionato i migliori! Si tratta di un modello che prevedeva intanto un’università di massa e qualificata, un’università di massa all’interno della quale potessero convivere ricerca e didattica, in cui la didattica doveva essere vivificata attraverso l’attività di ricerca. Un modello che prevedeva diversi stadi, che andavano dalla formazione fino alla maturità professionale attraverso meccanismi di selezione rigorosi come i concorsi. Sarebbe da scrivere una lunga storia su questi temi, si dovrebbe andare a vedere cosa è successo negli anni passati con i blocchi successivi che ci sono stati nei concorsi che hanno creato via via degli “imbuti” che hanno impedito a lungo le carriere. Per cui molti ricercatori che oggi sono “anziani” nel ruolo non hanno nemmeno avuto la possibilità di avere un concorso o l’hanno avuto solo negli ultimi anni, come pure molti associati, molto spesso, non hanno avuto nemmeno la possibilità di partecipare a un concorso da ordinario, se non negli ultimi anni.

Dunque questo modello sarebbe da cambiare totalmente?

Questo è un modello che, a mio parere, aveva una sua logica, e seppure criticabile, a mio parere aveva molti aspetti positivi, in particolare il fatto che la carriera prevedesse momenti di formazione accanto a momenti in cui uno, come dire, esplicita, manifesta le proprie competenze professionali. Anche a monte si è verificato un blocco: il dottore di ricerca ha avuto una piccola borsa di studio al momento dell’ingresso nel dottorato di ricerca, ma, appena finito quel periodo, non essendoci mai stati o essendoci stati pochi (e molto diluiti nel tempo) concorsi per ricercatori, si è formata anche lì una enorme sacca di precariato - con forme molto diversificate, che andavano dall’assegno annuale all’assegno semestrale al co.co.co; insomma, una sacca di forte precarizzazione. Allora, proprio perché c’era questa sacca di forte precarizzazione, si era chiesto da più parti e da diversi anni di razionalizzare questa situazione e di creare una sorta di “ricercatori junior”, a tempo determinato (che poteva durare tre anni, quattro anni) una figura cioè che doveva sostituire questa selva di precariato. Invece, proprio su questo hanno fatto una specie di “gioco delle tre carte”: è sparito il ricercatore strutturato, di ruolo, ed è stata gonfiata quest’ipotesi del ricercatore a tempo determinato con contratto di 3+3 anni alla fine del quale, se supera il concorso, entra all’università oppure non entrerà mai più. Ma se entra, in quale fascia? Ecco allora che qui ritorna fuori il problema del modello che oggi viene proposto in relazione allo stato giuridico del personale. A mio parere, il modello implicito è da università privata di tipo americano, in cui c’è il docente ordinario che ha una coorte, a volte anche molto numerosa, di collaboratori non strutturati e al di sotto di questo gruppo continuerà ad esistere, a mio parere, una fascia di precarizzazione.
Quindi è un modello che risponde ad una logica economica: la riforma non la sta facendo il ministro Gelmini, quello che davvero sta facendo le riforme è Tremonti. La finanziaria è l’ennesima espressione di questo tema: si deve ridurre il personale, si deve ridurre la spesa pubblica. L’università viene pensata in altro modo, l’università pubblica sarà con pochi docenti e molti precari a svolgere le mansioni e le funzioni sia della ricerca sia della didattica e accanto all’università pubblica cominceranno a nascere le università private (e soprattutto quelle telematiche, vedi per esempio l’università di Mediaset, E-campus). Presto ci troveremo in un panorama diversificato: ci saranno molti diplomifici e poche università in grado di dare competenze elevate ma per le élite. Il modello americano è così. In America, vi sono alcune università di grande qualità, private e anche pubbliche, poi molte università di di media qualità private e pubbliche e poi c’è un livello bassissimo, dove i titoli di studio si possono anche prendere col solo riconoscimento delle attività professionali svolte. Laddove c’è l’assenza del valore legale del titolo di studio è evidente che il titolo non ha più significato in sé, ma lo ha in relazione alla qualità di chi lo attribuisce. A me questa sembra una strada davvero pericolosa, perché noi dobbiamo garantire che il medico laureato in Italia possa andare a fare il medico anche in Inghilterra o in Olanda, cioè occorre un titolo di studio riconosciuto a livello europeo. Insomma, è da anni che si sta lavorando sia sugli standard comuni, sia sulla necessità di arrivare a valutazioni che permettano di capire, diciamo così, anche gli standard differenziati e differenti. A me sembra che ci sia davvero una inversione di marcia notevolissima che ci porta verso i meccanismi della privatizzazione.

Ci sono anche altri stati che vanno in questa direzione o siamo solo noi in Italia?

Per quello che ho seguito e capito negli anni passati, mi sembrava che il percorso puntava a una sorta di avvicinamento dei sistemi universitari europei, tant’è che la nostra laurea triennale è stata fatta proprio per accorciare il percorso formativo italiano in maniera da renderlo simile a quanto succede in Francia, in Germania e soprattutto in Inghilterra. Quindi fin qui sembrava che con gli accordi europei (in particolare quello di Lisbona) ci fosse una sorta di orientamento generale anche in Europa per avere dei sistemi, spesso, misti, pubblico/privato - che però avevano nel controllo statale la garanzia di alcuni standard di qualità, il che avrebbe permesso la circolazione del titolo in Europa. Mi sembra che con questi passaggi della Gelmini stiamo andando completamente da un’altra parte!

Sì, ma molto spesso viene attaccato questo modello nuovo del 3+2…

È vero, ma succede forse perché siamo giunti a derive che non erano comunque previste e prevedibili. Penso che la riforma del 3 più 2 sia stata un’occasione mancata per l’università! L’università con la sua autonomia poteva gestire questo cambiamento in maniera molto diversa, ha perso davvero una chance importante. Invece, ha prevalso una logica corporativa per cui c’è stato un proliferare di sedi universitarie e di corsi universitari e spesso, nelle situazioni accademicamente più forti, c’è stato anche un proliferare di cattedre. Non sempre ha prevalso la logica del bisogno della didattica o della ricerca, ma la logica del potere universitario per garantire dei posti.

Ma forse il problema, per quanto riguarda il 3+2, non sta anche nella valutazione dei corsi? Perché finchè i corsi di laurea vengono valutati in base al numero degli studenti laureati ogni anno, se è la quantità che guida il mantenimento dei corsi stessi, ci si appiattisce per forza verso il basso.

C’è un problema vero anche lì, ma è non solo lì. Per esempio, per me sarebbe molto più semplice fare una didattica che seleziona il 50% degli studenti, per cui invece che averne 300, ho solo 150 studenti di cui frequentanti 75; io sono sicuro di lavorare molto, ma molto meglio e quei 75 li porto a livelli alti. Ma questo è il modello di università che vogliamo? Allora il punto decisivo è che bisogna lavorare sulle capacità che l’università ha di tenere gli studenti (cioè di contenere la dispersione universitaria!) e di promuovere le loro competenze…

Facevamo riferimento a quei corsi in cui ci sono veramente pochi studenti ma in cui vengono trasmesse delle conoscenze specifiche in determinati ambiti (per esempio l’astronomia, o certi corsi dell’area umanistica, come quelli di filologia classica); in questo caso la scomparsa di un corso e di certe cattedre poi porta a un impoverimento della stessa facoltà e dell’università.

È un discorso diverso, infatti anch’io son d’accordo su questo punto. Perché il tema della cultura nell’università e nella scuola non può avere sempre e soltanto il parametro economico esattamente per i motivi che dicevi tu. Il latino non va più di moda, non piace più a nessuno: chiudiamo? Una tradizione culturale italiana come quella classica la facciamo sparire perché i costi sono eccessivi, perché ci sono pochi studenti? Se arriviamo a questo, stiamo passando alla barbarie culturale. Perché un’università seria prende i soldi dove può prenderli e poi li distribuisce aiutando le situazioni deboli, perché quelle situazioni deboli sono patrimonio importante della nostra cultura, della nostra comunità. Certo, se io fossi un latinista non posso aver la pretesa di aver cattedre, ricercatori, ecc.; dovrò contenere le mie aspirazioni. Ma da questo, ad usare semplicemente la scure economica ce ne passa. Nell’università, come in tutte le situazioni di cultura, non si può utilizzare soltanto il parametro economico. Vi sono tanti settori che sono minoritari, piccoli ma importanti. Anche le ricerche di avanguardia: è chiaro che, in certe situazioni, quelle non sono ricerche immediatamente produttive, però può darsi che domani si rivelino un campo di ricerca importantissimo e fondamentale. Il punto decisivo è che il modello universitario italiano, che è anche un modello molto consistente in Europa, vede insieme due aspetti: la ricerca e la didattica, e questi due momenti, secondo me, bisogna tentare di tenerli insieme per davvero: dunque, bisogna trovare anche dei parametri economici per permettere un equilibrio all’interno. Per questo – tornando alla domanda di prima – è vero che non bisogna valutare in base alla quantità di studenti che si laureano, però è anche vero che è importante capire come l’istituzione funziona dal punto di vista della didattica, è un parametro importante. Certo che anche quello, preso in maniera rigida e astratta, porta al formalismo, alla scappatoia del “io promuovo tutti e buonanotte”. È questo il punto fondamentale: siamo in una società complessa, fatta di istituzioni complesse: la cultura di chi governa analizza i sistemi con la semplificazione. Allora, se questo insieme complesso io lo analizzo solo con l’elemento “quanti studenti bocci”, è chiaro che c’è sempre la possibilità di far saltar fuori il risultato che voglio, quello più favorevole al mantenimento dello status quo. Questo succede se si lavora su un solo parametro; se i parametri sono allargati, se c’è una valutazione longitudinale degli studenti, della qualità della didattica, dei supporti offerti agli studenti, se vado a vedere quanti di questi studenti trovano lavoro dopo la laurea nel loro settore di competenza, ecc., allora la cosa è diversa. Tu non hai promosso perché in questo modo il ministero ti valuta positivamente perché hai pochi fuori corso e ti dà i soldi, ma perché hai davvero favorite le conoscenze e le competenze degli studenti. Questo è il punto decisivo: siamo in una società complessa, ma ci si muovere sempre con la logica della semplificazione. La semplificazione non paga; paga momentaneamente, quando devi far quadrare i conti, ma il giorno dopo le cose non funzionano più.