venerdì 30 dicembre 2011

Università. Il diritto alla qualità

Intervista sull'università a Luciano Canfora
a cura di Bijoy M. Trentin

Nonostante negli ultimi anni il Ministero dell’Istruzione e quello dell’Università e della Ricerca siano stati accorpati e diretti da un unico Ministro, il mondo della scuola e quello dell’università sembrano essere tra di loro sempre piú lontani. Da un lato vi è quello scolastico che cerca di resistere ai tagli grazie alla forza e, non di rado, alla dedizione dei docenti, che lottano, spesso in condizioni estreme, contro le politiche dei saldi gelminiani. Dall’altro lato vi è il mondo accademico e della ricerca che, senza risorse, non è in grado di fare acrobazie a lungo pur di rimanere in piedi in séguito alla frana improvvisa dei fondi (anche ordinari), cosí che la cultura si impoverisce e invecchia sempre piú rapidamente. Tutte le politiche e le azioni demolitorie sono giustificate tramite la valorizzazione della “lotta agli sprechi”, che è, invece, precipuamente un’operazione di risparmi, e della “meritocrazia”, che è solo un modo burocratico di dire che è necessaria la “selezione” (cioè meno studenti nel sistema): cosí si può riuscire a investire meno risorse per l’istruzione e la formazione delle nuove generazioni. Sulla situazione dell’università abbiamo intervistato il prof. Luciano Canfora, professore ordinario di Filologia classica presso l’Università di Bari. (B.M.T. 10/2011).

Oggi il mondo della scuola e quello dell’università appaiono sempre piú distanti tra loro e la cultura umanistica – soprattutto quella di certi àmbiti, come gli studi classici – sta vivendo (di nuovo) un momento di ‘crisi’. Cosa sta succedendo?

Sta emergendo l’idea che la ricerca pura sia confinabile all’alta specializzazione, dunque certi settori disciplinari sono considerati distanti dal mondo contemporaneo e persino poco utili anche alla formazione dei futuri docenti delle scuole. Invece, è vero proprio il contrario, visto l’elevato carattere formativo dell’esperienza diretta con la ricerca, che contribuisce in modo decisivo alla preparazione del bravo insegnante: la ricerca pura in campo umanistico e quella nelle scienze “dure” sono, nei loro rispettivi àmbiti, equiparabili, cioè sono imprescindibili.
Oggi, la cultura classica sopravvive nelle nostre scuole anche se ridotta sia dal punto di vista delle ore effettive di lezione sia da quello del ‘peso specifico’ all’interno dei curricula dei vari indirizzi di studi: solo gli antichisti protesi a un innovativo lavoro di ripensamento disciplinare e didattico potranno risultare straordinariamente efficaci all’interno del tessuto culturale, rinunciando alla propria supposta posizione di dominio. Rilanciare questo tipo di studi può essere un elemento distintivo e prolifico del contesto italiano se valorizzato al massimo: diversamente, svilire tali àmbiti disciplinari condurrà alla loro drastica riduzione prima e alla loro completa eliminazione poi, con conseguenze sensibili e facilmente percepibili (già riscontrate in altri paesi).


Negli ultimi decenni si è passati da un modello ‘esclusivo’ a uno ‘inclusivo’: come reputa il processo di massificazione attuato in Italia?

Purtroppo in Italia la massificazione dell’università è stata un fallimento, perché politicamente si è assunto il presupposto secondo cui, per allargare numericamente l’utenza, è inevitabile (se non persino necessario) l’abbassamento del livello qualitativo: al rapporto studente-docente è stato attribuito un valore di tipo demagogico su cui fare leva per avallare scelte che hanno condotto a decisioni catastrofiche, come anche quella correlata della formazione e del reclutamento dei ricercatori e dei professori.

Cioè la ricerca scientifica è stata messa in secondo piano?

Con il pretesto dell’“inclusione”, i giochi di potere e la mentalità sindacalistica hanno segnato in modo rovinoso le politiche universitarie degli ultimi trent’anni. I professori aggregati divennero automaticamente ordinari, nel 1973, con i “provvedimenti urgenti per l’università”, che comportarono anche, ope legis, la promozione ad assistenti di ruolo di tutti i “ternati” nei concorsi per assistente. Grazie alla legge 382, nel 1981-1982, questi ultimi divennero in gran parte ricercatori per la consueta interpretazione sindacalistica delle norme di legge. Persino accadde che l’applicazione della 382 includesse nel novero di coloro che dovevano passare nel ruolo di ricercatore, mediante concorsi riservati e apparenti, anche tutti i borsisti a vario titolo circolanti al momento. Tutto questo ha impedito che in prosieguo di tempo potesse avvenire un ricambio e soprattutto una crescita fondata sulla qualità. Il ruolo di ricercatore, da valorizzare nella sua concezione originaria, si adattò da sùbito ad una realtà diversa, divenendo tacitamente spesso un surrogato dell’assistente, grazie alla larghezza sindacalistica delle assunzioni. Scoprire improvvisamente che quella del ricercatore è una figura pleonastica fa sorridere: invece, andrebbero retrocessi quei docenti, oggi professori ordinari, che imposero, adoperando la forza del sindacato e del partito, l’interpretazione sindacalistica della 382.

E dunque quale sistema di reclutamento bisognerebbe adottare oggi?

Quello vigente soprattutto in Germania, Svizzera e Francia, dove le candidature si presentano direttamente alla Facoltà che bandisce il posto e che quindi si prende la responsabilità delle proprie scelte, sempre sottoposte a omogenei e altrettanto chiari criteri di valutazione. Diversamente, si potrebbe creare una vera lista nazionale svincolata dai bandi legati alle singole sedi, ma in questo caso la formazione delle commissioni giudicatrici non dovrebbe essere affidata solo al sorteggio.

venerdì 15 aprile 2011

Legge Gelmini. Il dibattito continua-Gli studenti

A cura di Bijoy M. Trentin e Emanuela De Luca

Pubblichiamo l’intervista a Raffaele Serra, presidente del Sindacato degli Universitari, membro del Senato Accademico e del Consiglio Studentesco dell’Università di Bologna.

1) La riforma universitaria da poco approvata dal Parlamento modifica il sistema universitario in particolare in tre settori: organizzazione interna delle università, diritto allo studio, stato giuridico e forme di reclutamento dei ricercatori e dei professori. Nel complesso, qual è il Suo parere su questa riforma?

Il mio parere è nel complesso negativo, in quanto una riforma dovrebbe semplicemente guidare un processo di rinnovamento degli statuti degli atenei garantendone comunque l'autonomia. Invece qui ci troviamo davanti a un percorso obbligato che non permetterà alle singole università di realizzare degli statuti innovativi (come per altro l'Alma Mater tenta di fare da ben prima della riforma), bensì indirizza la realtà universitaria pubblica verso un forte ridimensionamento.

2) A Suo parere, vi erano degli elementi positivi nel vecchio modello universitario? E quali erano i problemi?

Vede, io non trovo nella riforma elementi tali da parlare di un "nuovo modello universitario". Sarebbe più corretto dire che il MIUR e MEF mettono gli atenei sotto un’amministrazione controllata, è insomma un passo indietro: se la riforma Ruberti nel 1990 sanciva l'autonomia delle università, la riforma Gelmini del 2010 elimina questa autonomia.

3) Ritiene che con la nuova riforma i problemi da Lei evidenziati troveranno soluzione? In che modo?

I problemi del nostro sistema universitario sono tantissimi e molto gravi. Per cominciare, molte università hanno usato la loro autonomia per scopi che possiamo definire "poco nobili" e gli stessi docenti, che sono autonomi nello svoglimento del loro compito di insegnamento, sembrano ricordare questa autonomia solo quando si tratta di ridurre gli appelli o non aggiornare il loro programma di insegnamento. Insomma, gli studenti con anni di lotte hanno conquistato una università con accesso di massa, ma i docenti oggi non offrono una didattica di massa, non si sono adattati a un mondo in cui tutta la cultura del mondo è nel salotto o nella camera di tutti noi, a protata di click. I docenti oggi pretendono di essere i detentori dello scibile e non ammettono la partecipazione degli studenti nel processo di apprendimento: “tu stai oltre la cattedra e ricevi le nostre nozioni”. Noi crediamo in una didattica diversa, dove docenti e studenti abbiamo meno lezioni frontali e più confronti diretti.

4) Sin dalla presentazione sotto forma di bozza, il decreto sull'università è stato oggetto di numerose critiche, soprattutto dai ricercatori e dagli studenti, che hanno attivato da subito diverse forme di protesta, che hanno assunto, in prossimità dell'approvazione definitiva, forme inaspettatamente dure. Lei ha condiviso le ragioni e le forme della protesta? Pensa che, nonostante l'approvazione della riforma, abbiano avuto e possano avere ancora qualche utilità?

Più che il mio pensiero le metto davanti dei fatti esemplari:  Il governo ha tagliato i fondi alle università nel 2008, ha proposto un taglio ai fondi per il diritto allo studio del 90% e ha tentato di approvare la riforma dell'università senza discutere ed entrare minimamente nel merito delle questioni. Con una forte protesta del mondo accademico abbiamo ottenuto un reintegro di 800mln di euro del Fondo di Finanziamento Ordinario e 100mln di euro nel fondo per il Diritto allo Studio nella Legge di Stabilità 2011. Molti lo dimenticano, ma qualche emendamento è stato approvato come, per esempio, la previsione di atenei multicampus come la nostra Alma Mater.
 
5) Se Lei facesse parte di una commissione incaricata di elaborare una riforma dell'università, quale sarebbe la sua prima proposta?

La mia prima proposta sarebbe la riorganizzazione del sistema universitario a livello nazionale per mettere fine all'abitudine tutta italiana di una università sotto casa per tutti. Ovviamente questo disegno deve prevedere un piano nazionale di mobilità studentesca e diritto allo studio: non vorrei più sentire che uno studente non studia nella migliore università perché non può permettersela: studiare a Bologna dovrebbe costare ad una famiglia come studiare a Palermo, che la famiglia sia lombarda o campana.

Legge Gelmini. Il dibattito continua-I docenti

A cura di Bijoy M. Trentin e Emanuela De Luca

Pubblichiamo l’intervista al prof. Maurizio Matteuzzi, professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi presso l'Università degli Studi di Bologna (http://www.unibo.it/docenti/maurizio.matteuzzi).

1) La riforma universitaria da poco approvata dal Parlamento modifica il sistema universitario in particolare in tre settori: organizzazione interna delle università, diritto allo studio, stato giuridico e forme di reclutamento dei ricercatori e dei professori. Nel complesso, qual è il Suo parere su questa riforma?

Per maturare un parere definitivo e motivato sulla legge 240/10, al di là delle molte chiacchiere che sono state fatte, in specie entro una forte campagna mediatica governativa, è sufficiente porsi quattro semplici domande:

a) Questa riforma prevede un incremento o una diminuzione dei
finanziamenti alla ricerca pubblica?

b) Questa riforma prevede un incremento o una diminuzione del corpo docente?

c) Questa riforma, assieme al quasi coevo DM 17, prevede un incremento o
una diminuzione di coloro che potranno accedere agli studi universitari?

d) Questa riforma prevede una maggiore o minore partecipazione dei
docenti che non siano ordinari alla governance e ai canali di reclutamento?

Le risposte sono scontate. Tutto il resto è fumus, ossia, più volgarmente, aria fritta.

2) A Suo parere, vi erano degli elementi positivi nel vecchio modello universitario? E quali erano i problemi?

Certamente i problemi che presenta il mondo accademico sono molti e gravi. La cattiva distribuzione delle risorse, l'incertezza delle carriere, la mancanza di una programmazione di almeno medio periodo. Ed essi sono stati sempre più aggravati dal susseguirsi di provvedimenti governativi a singhiozzo, e con frequenza insopportabile. Ciascuno dei Ministri che si sono alternati nell'ultimo periodo ha emanato provvedimenti che hanno contribuito fortemente ad accrescere la confusione. Troppe riforme, non correlate tra di loro, si sono avute con Berlinguer, Zecchino, Moratti, Mussi, Gelmini. L'aggravio di confusione e di burocrazia per gli Atenei è stato grande e continuo, e condotto sempre entro un panorama di sostanziali riduzioni dei finanziamenti. Questo ha creato tra l'altro una pletora di figure accademiche non completamente realizzate. L'attuale confusione è simile a quanto si era creato alla fine degli anni 70. A quella confusione mise fine la legge 380/80, l'unica riforma organica degli ultimi trent'anni, l'unica con un progetto culturale dietro. In estrema sintesi, ritengo che il male più insidioso, e dagli effetti più gravi per il futuro, sia l'incapacità di proporre un percorso chiaro di reclutamento e di avanzamento di carriera per i giovani più promettenti; che, come è noto, perdiamo sistematicamente a tutto vantaggio di Paesi con politiche della ricerca meno miopi.

3) Ritiene che con la nuova riforma i problemi da Lei evidenziati troveranno soluzione? In che modo?

Come ho già detto, alla luce delle risposte date alle domande fondamentali, la 240/10 aggrava pesantemente tutti gli aspetti negativi preesistenti, oltre ad introdurne di nuovi.

4) Sin dalla presentazione sotto forma di bozza, il decreto sull'università è stato oggetto di numerose critiche, soprattutto dai ricercatori e dagli studenti, che hanno attivato da subito diverse forme di protesta, che hanno assunto, in prossimità dell'approvazione definitiva, forme inaspettatamente dure. Lei ha condiviso le ragioni e le forme della protesta? Pensa che, nonostante l'approvazione della riforma, abbiano avuto e possano avere ancora qualche utilità?

Io ritengo che la protesta sia un dovere etico, anche e soprattutto di fronte alle generazioni future, che saranno chiamate a saldare il conto di queste scelte. E aggiungo che le responsabilità sono direttamente proporzionali al peso rivestito entro il mondo accademico. Una riforma seria dovrebbe prima di tutto avere una solida copertura economica, altrimenti stiamo parlando del nulla. L'Italia, sesta o settima potenza economica mondiale, è agli ultimi posti in Europa per la spesa per la ricerca: 1% del PIL, contro una media europea del 2,2%. L'Italia è al penultimo posto tra i Paesi OCSE per il rapporto docenti/studenti (1 a 27 contro una media OCSE di 1 a 14). L'affermazione che ci sono troppi professori universitari è una bufala assolutamente insostenibile, messa in campo a sostegno di questa legge, e ripetuta a pappagallo da parlamentari che all'università non hanno mai messo piede.
Proprio ragionando in modo “aziendalistico” come vorrebbe il nostro Ministro, bisognerebbe chiedersi quello che chiederebbe qualsiasi uomo d'azienda di fronte a un progetto: “Quant'è il budget?”. Alla risposta “zero” la reazione sarebbe di una fragorosa risata. Purtroppo qui siamo di fronte non a uno zero, ma a un numero negativo. E allora si compie il passaggio dalla farsa al dramma: anziché da ridere resta solo da piangere.

5) Se Lei facesse parte di una commissione incaricata di elaborare una riforma dell'università, quale sarebbe la Sua prima proposta?

Abrogare la legge 240/10.

Legge Gelmini. Il dibattito continua. I ricercatori precari.

Intervista a Francesca Ruocco, ricercatrice precaria in Geografia Urbana presso l’Università degli Studi di Bologna e portavoce della Rete dei Ricercatori precari di Bologna.

A cura di Bijoy M. Trentin e Emanuela De Luca


1) La riforma universitaria da poco approvata dal Parlamento modifica il sistema universitario in particolare in tre settori: organizzazione interna delle università, diritto allo studio, stato giuridico e forme di reclutamento dei ricercatori e dei professori. Nel complesso, qual è il Suo parere su questa riforma?

Nel complesso il mio parere su questa riforma è negativo per una serie di motivi fondamentali. In primo luogo, perché è impossibile riformare “a costo zero”, come la legge Gelmini tenta di fare (nel testo si ripete ben diciassette volte “senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”). In secondo luogo, perché il nuovo sistema di governance universitaria disegnato dalla legge mira a ridurre gli spazi di democrazia all'interno degli Atenei (concentrando poteri nelle mani dei Rettori e di CdA nominati e non eletti) e a dare poteri di indirizzo, anche su didattica e ricerca, a soggetti esterni alle Università stesse. In terzo luogo, perché precarizza ulteriormente la figura del ricercatore (attraverso l'eliminazione del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con il ricercatore a tempo determinato), senza garantire una vera tenure track per i giovani meritevoli (che hanno di fronte a sé fino a dodici anni di precariato) e senza prevedere sbocchi reali per i precari “storici” della docenza e della ricerca (che, nella maggior parte dei casi, rischiano semplicemente di essere espulsi). Infine, perché sul fronte del reclutamento non elimina ma anzi rafforza il cosiddetto “baronato universitario” (a causa della riduzione delle risorse e dei posti disponibili, e dei concorsi, dopo l’abilitazione nazionale, comunque locali).

2) A Suo parere, vi erano degli elementi positivi nel vecchio modello universitario? E quali erano i problemi?

A mio parere il vecchio modello universitario era riuscito quantomeno a garantire lo sviluppo e l'esistenza di un'Università pubblica e di massa in Italia, ma necessitava certamente di riforme profonde. I principali problemi secondo me erano: l'eccessiva proliferazione di sedi universitarie e corsi di laurea, il “sistema baronale” che inficiava la libertà e l'indipendenza della ricerca, la proliferazione del precariato, lo scarso rapporto con il territorio ed il suo tessuto economico, sociale e culturale.

3) Ritiene che con la nuova riforma i problemi da Lei evidenziati troveranno soluzione? In che modo?

Ritengo che la nuova riforma non risolva del tutto o non risolva in maniera adeguata i problemi indicati. Infatti, per quanto riguarda l'eccessiva proliferazione di sedi e corsi universitari, la nuova riforma - insieme al Decreto ministeriale 17/10, il cosiddetto “taglia corsi” - elimina corsi di laurea e riduce drasticamente l'offerta formativa solo sulla base di criteri numerici troppo rigidi e quantitativi, senza alcuna valutazione qualitativa e di merito. In sostanza, ancora una volta il problema principale è solo la riduzione dei costi tramite il taglio radicale dell'offerta formativa e del numero degli studenti. Per quanto riguarda “sistema baronale” e proliferazione della precarietà si è già detto in precedenza rispondendo alla prima domanda. Infine, per quanto riguarda il rapporto con il territorio potrebbe essere una strada giusta quella di coinvolgere esterni (enti, istituzioni o aziende) in progetti ed attività specifiche, ma non certo nelle modalità proposte dalla legge Gelmini (che, peraltro, dà a questi ultimi poteri eccessivi senza che l'Università stessa ne riceva nulla in cambio).

4) Sin dalla presentazione sotto forma di bozza, il decreto sull'università è stato oggetto di numerose critiche, soprattutto dai ricercatori e dagli studenti, che hanno attivato da subito diverse forme di protesta, che hanno assunto, in prossimità dell'approvazione definitiva, forme inaspettatamente dure. Lei ha condiviso le ragioni e le forme della protesta? Pensa che, nonostante l'approvazione della riforma, abbiano avuto e possano avere ancora qualche utilità?

Ho condiviso e partecipato, insieme alla Rete dei ricercatori precari di Bologna, alle forme di protesta contro la legge Gelmini, innanzitutto perchè non erano in difesa dell'esistente ma provavano ad evidenziare le principali criticità del ddl e a fare delle proposte. Credo sia ancora utile continuare la mobilitazione, in primo luogo per evitare i danni peggiori che la legge approvata rischia di causare. In questo senso, è importante che gli studenti, i ricercatori - precari e strutturati -, i docenti ed i tecnici amministrativi che nei mesi scorsi si sono mobilitati continuino a far sentire la propria voce e ad avanzare le proprie proposte in occasione sia della riscrittura degli statuti degli Atenei che devono recepire la riforma, sia per quanto riguarda i numerosi decreti ministeriali attuativi. Inoltre, è importante tenere aperto un piano di elaborazione collettiva nella speranza che questo o un altro Governo possano in futuro apportare emendamenti e modifiche alla legge stessa.

5) Se Lei facesse parte di una commissione incaricata di elaborare una riforma dell'università, quale sarebbe la Sua prima proposta?

Innanzitutto vorrei la garanzia che l'Università e la ricerca fossero adeguatamente rifinanziate e venga quindi riconosciuto il ruolo strategico che giocano per il futuro del Paese. In assenza di questo, qualunque proposta di riforma potrebbe solo “rattoppare” una situazione di crisi già grave.

lunedì 31 gennaio 2011

Università, appunti per una vera riforma.

Studenti democratici

Negli ultimi anni nel nostro Paese si è affrontato un dibattito (quando c’è stato) per compartimenti stagni sui temi della scuola, dell’università e della ricerca.
Questa miopia nell’affrontare l’analisi del contesto sociale ed economico e la conseguente incapacità di fornire soluzioni efficaci ed efficienti, ha progressivamente ed inesorabilmente condotto l’Italia verso una perdita di competitività sia nel settore dell’istruzione e della ricerca sia in quello economico. Infatti, non aver compreso per tempo la necessità di costruire un percorso di riforma del sistema dell’istruzione che tenesse conto di tutti i livelli e dell’integrazione dell’offerta formativa, non averne articolato le basi per mantenerne alti gli standard d’accesso all’università (e a maggior ragione d’uscita) e al mondo del lavoro, non aver pensato la scuola, l’università, il mercato del lavoro e il sistema economico e produttivo come un “continuum”, oggi produce effetti recessivi.
E’ in questo quadro che si inserisce la riforma Gelmini.
Gelmini, appoggiandosi su una critica della condizione degli studi universitari, punta ad una significativa riduzione dell’ università pubblica italiana a cominciare dalla progressiva diminuzione delle matricole all’interno delle facoltà.
L’argomento chiave del Ministro è la dichiarazione di voler favorire maggiori sbocchi lavorativi per i giovani, in quanto, secondo alcune statistiche, in Italia ci sarebero troppi laureati che il mercato non riesce ad integrare nel sistema economico. La verità è che. per il Governo italiano, i laureati e gli studenti sono intesi solo come “voci di spesa” e non una risorsa culturale e di innovazione del paese.
Il Governo non ha voluto analizzare realmente il motivo per cui i laureati in Italia non riescono ad essere integrati nel mercato. Leggendo più attentamente i dati che vengono pubblicati in recenti ricerche, è evidente come in verità in Italia non è affatto vero che vi sia il più alto tasso di laureati rispetto agli altri paese europei.
Se, ad esempio, confrontiamo i dati con quelli della Germania, ci rendiamo conto che la nostra nazione si trova ben al di sotto degli standard tedeschi. Coloro che concludono gli studi universitari non riescono ad essere assorbiti dal mondo del lavoro, anche perché il nostro sistema economico si basa fondamentalmente su un tessuto di piccole e medie imprese, che non richiedono particolari specializzazioni o specifiche professionalità.
Da parte degli altri paesi, e non solo europei, i laureati che provengono dalle nostre università, sono sempre stati considerati di alto livello, a dimostrazione dell’eccellenza del sistema didattico del nostro paese, che non riesce però a sfruttare tali potenzialità e tali risorse per rilanciarsi nella sfera economica internazionale.
In questi anni il Governo non si è preoccupato minimamente di migliorare e snellire in alcune sue parti il percorso formativo dei giovani che nel corso dei loro studi si imbattono continuamente in chiusure e blocchi, pagando il prezzo di ulteriori anni di permanenza all’interno delle facoltà e trovandosi in una condizione di “standby”, quando una semplificazione della burocrazia e dei metodi potrebbe facilitare e velocizzare i loro studi.
Una volta completato il percorso universitario, la vita non è altrettanto facile, in quanto l’accesso alle professioni è bloccato o comunque reso difficile dalle corporazioni rappresentate dagli ordini professionali.
Da qualche anno a questa parte il Governo non ha voluto portare avanti una politica reale per la vera risorsa di ogni paese: i giovani. Aumentando i blocchi, sia per accedere alle facoltà sia per accedere alla professione, non si è fatto altro che relegare i giovani ad un ruolo marginale nella società, senza reali possibilità di costruirsi un futuro all’altezza della loro qualificazione culturale. Le classi più giovani sono già coscienti di dover sopportare sulle loro spalle gli errori delle generazioni precedenti e di dover passare attraverso anni di precariato prima di potersi affermare in qualche modo ed in qualsiasi campo. Tutto ciò non avviene, ad esempio in Germania, dove i giovani vengono considerati come una delle principali risorse del paese proprio perché rappresentano la possibilità di innovazione, di ricerca e di competitività nei confronti degli altri stati europei ed extra-europei; vengono infatti valorizzati e assorbiti in tempi brevi nel mondo del lavoro.
In Italia invece sta accadendo tutto il contrario, diminuiscono gli accessi alle università, aumentano le tasse universitarie, diminuiscono le borse di studio e proliferano le sovvenzioni alle università private (basta pensare a quanti cartelli pubblicitari sono comparsi in questi mesi lungo le strade delle nostre città), a scapito di quelle pubbliche. Tutto ciò comporta un impoverimento del sistema culturale del nostro paese e fa scorgere, anche agli occhi meno attenti, un chiaro e progressivo progetto di smantellamento della istruzione pubblica in Italia, che non può così essere garantita a tutti e non consente alle fasce più povere delle popolazione di accedere e aspirare a studi ed attività più qualificate.
Il sistema universitario pubblico deve essere sicuramente riformato, ma non in questo modo; la riforma deve essere più complessiva e deve incidere su vari livelli, ad esempio ponendosi come obiettivo anche la riduzione delle disuguaglianze e delle differenze fra Nord e Sud d’Italia, facilmente leggibili dai dati statistici, ed insieme a massicci e mirati interventi su tutti gli altri aspetti sociali, economici e culturali, deve contribuire all’ambizione di costruire un paese unito e solidale, senza una così elevata differenziazione fra gli opposti poli geografici.
In tal senso, è auspicabile una riduzione del numero di atenei dislocati sul territorio ed una altrettanto decisa diminuzione di sedi distaccate, al fine di concentrare finanze ed intelligenze per la realizzazione di veri e propri centri culturali, in grado di attrarre eccellenti operatori didattici e di inserirsi nei circuiti internazionali della ricerca scientifica e tecnologica. In questo modo, una più elevata e riconosciuta offerta formativa, unita ad efficaci strumenti a garanzia del diritto allo studio, produrrebbe il contenimento dell’abbandono per motivi di studio delle regioni meridionali e porterebbe benefici effetti, diretti ed indiretti, sulle economie di quelle aree del paese. Si agirebbe, in questo modo, anche sulla dinamicità culturale e politica del territorio, trattenendo le individualità più giovani e preparate e sull’intero sistema produttivo, di servizi e consumi, oltre che sull’occupazione.
Per poter sostenere tutte queste innovazioni nel sistema pubblico non è utile una diminuzione orizzontale dei finanziamenti, ma anzi ci sarebbe da dire che la razionalizzazione dell’università
dovrebbe essere accompagnata da una crescita degli investimenti pubblici.
Se si considera l’Unione Europea quale benchmark si vede chiaramente che solamente la Bulgaria spende meno dell’Italia. I Paesi dell’UE spendono in media l’1,1% del PIL per l’università, mentre l’Italia solo lo 0,8%.
In secondo luogo, analizzando più a fondo la riforma odierna, la previsione di premi per gli atenei virtuosi e punizioni pecuniarie per gli atenei non virtuosi non segue alcuna logica razionale. Occorrerebbe, infatti, stabilire dei meccanismi di premio e punizione, secondo modalità diverse, per evitare di aggravare il divario già enorme tra le università del Nord e quelle del Centro Sud.
Continuando il nostro confronto con i paesi esteri, si scorge come in Italia solo il 7,7% della spesa universitaria e’ finanziato da partner privati. Nel resto d’Europa la media e’ del 12,5. Questo e’ soprattutto dovuto alla mancanza di investimento primario dello Stato in infrastrutture e ricerca. Nei paesi più sviluppati (anche negli Stati Uniti D’America) la spesa privata è ingente grazie a particolari regolamentazioni ed al deciso impegno dello Stato nel finanziamento dell’università’ e della ricerca.
Alla luce di questi squilibri pre-esistenti, l’approccio iniziale non può essere solo punitivo.
Si deve pensare a un sistema in cui le università virtuose mantengano una maggiore autonomia nella gestione della didattica e delle questioni finanziarie, mentre quelle non virtuose vengano prontamente monitorate dal Ministero. Si dovrebbe, inoltre, creare un fondo per dare vita a partnerships tra le università virtuose e quelle meno organizzate, per permettere il trasferimento di buone pratiche. Questo potrebbe essere l’inizio di una riforma partecipata.
Premiare il merito, però, potrebbe non essere sufficiente se a tali misure non si accompagna una modifica della governance delle istituzioni universitarie.
Il principio democratico della rappresentanza corporativa è quello che oggi è alla base del sistema di governo dei nostri Atenei. Ognuno prende la sua parte di finanziamenti in piena “autonomia”, senza responsabilizzazione alcuna. Dai professori alle rappresentanze studentesche.
Bisogna riformare tale sistema, per passare ad un modello di tipo anglosassone ormai sposato da moltissimi paesi europei (vedi Svezia, Danimarca o Olanda). La via anglosassone ha preferito il meccanismo della nomina a cascata a quello elettorale. Il CDA nominato dagli stakeholder nomina a sua volta il Rettore, il quale ha poteri superiori a quelli a disposizione in Italia.
La verticalizzazione dei processi decisionali e l’individuazione dei centri di responsabilità in modo preciso e trasparente, combinato ad un meccanismo di valutazione e monitoraggio degli atenei basati su criteri oggettivi, costituiscono un serio ed efficace incentivo alla responsabilizzazione del sistema.
In questo modo si possono lasciare libere le università di assumere e premiare, diventando loro stesse le datrici di lavoro dei lori docenti e ricercatori. In questo sistema di “incentivi virtuosi” i singoli atenei saranno costretti a fare politiche conformi ai propri obiettivi istituzionali, perché, in caso contrario, vedranno drasticamente diminuire i fondi “statali” a loro disposizione.
Ancora una volta, invece, si procede dall’alto senza tenere in conto il potenziale ruolo sinergico che il Ministero dovrebbe avere con il mondo dell’università. Si rischia, cosi, di ripetere tutto quello che di sbagliato è stato fatto con la precedente riforma.
Per quanto riguarda gli accorpamenti che sono stati operati negli ultimi mesi, quest’azione potrebbe essere positiva per il paese se il progetto di fusione per molti atenei concorresse alla creazione di importanti clusters universitari capaci di generare ricerca di alto livello. Sul modello tedesco si potrebbe pensare per esempio di finanziare maggiormente 10 istituzioni (distribuite in maniera equa sul territorio nazionale) in cui si concentri la maggior parte dell’attività di ricerca. Uno dei problemi maggiori del nostro paese è infatti l’assenza di università leader capaci di fare da cassa di risonanza a livello internazionale. La prima università italiana nel ranking è Bologna, che si piazza al 192esimo posto nel mondo. Quest’assenza riduce la possibilità d’integrazione dell’università italiana nel panorama mondiale.
Per quale ragione, quindi, un valente studente straniero dovrebbe venire in Italia per un dottorato o per proseguire le sue ricerche? Nel nuovo scenario, le altre università più periferiche dovrebbero maggiormente concentrarsi sulla didattica e appoggiarsi ai dieci atenei di riferimento per la ricerca. Questa iniziativa ridurrebbe enormemente gli sprechi generati dall’eccessiva decentralizzazione.
Infine, occorre investire di più, in modo più efficiente e concentrato, limitando il numero di professori ordinari e accrescendo quello di dottorandi e ricercatori. La riforma risponde a questo bisogno solo parzialmente, riducendo si il peso dei professori ordinari, ma senza garantire adeguati nuovi fondi per i giovani ricercatori.
Il valore di una istituzione, tanto più se si parla dell’Università, dipende da quanto realmente essa
rappresenta il sistema in cui opera, ed oggi, come abbiamo fin qui analizzato, la società italiana non sembra considerare particolarmente importante il ruolo di tale istituzione. Come potrebbe essere diverso?
In un sistema caratterizzato, quindi, da bassa mobilità sociale, dove le relazioni familiari contano più delle qualità personali, l’Università non può essere considerata un investimento profittevole. Se a questo aggiungiamo un sistema economico con piccole imprese in settori manifatturieri tradizionali, in concorrenza soprattutto con i paesi emergenti, manca anche il collegamento con il mondo del lavoro.
L’unica cosa che conta è il titolo, “il pezzo di carta”, quindi la scelta dell’Università è la stessa che si fa per comprare il latte: il posto più vicino. In un sistema siffatto, senza controllo e pressione sociale, il sistema è lasciato in balia degli interessi degli attori interni e locali, ovvero, delle varie corporazioni che affollano i nostri atenei, da quelle dei professori a quelle degli studenti. In questo contesto l’Università perde totalmente il suo ruolo che dovrebbe essere quello di volano di una crescita sociale ed economica del paese.
Negli ultimi decenni, infatti, l’abbassamento della qualità e la proliferazione di corsi di laurea “facili” hanno portato il sistema ad essere ancora più classista. Per garantire un’adeguata mobilità sociale, più che spendere risorse per eliminare ogni numero chiuso, necessario soprattutto in quelle facoltà con elevati costi di gestione, sarebbe stato più opportuno investire tali fondi nel diritto allo studio (borse di studio, alloggi, mense, …). In tal modo si sarebbe garantita una reale parità di accesso all’istruzione universitaria, e non solo in apparenza.
Utilizzare qualche dato statistico sulla situazione del sistema educativo italiano, e in particolar modo di quello universitario, può essere utile per descrivere lo stato dell'Università italiana. Prendendo dai dati OCSE sull’istruzione (Education at glance), la spesa per studente in Italia è attorno alla media dei paesi OCSE per la scuola primaria e secondaria, ma nettamente al di sotto nel sistema universitario (8026 USD contro una media di 11512).
In realtà, Roberto Perotti nel suo ultimo libro ("L'Università truccata", Einaudi) rettifica quest’ultimo dato, affermando che considerando la piaga tutta italiana degli studenti fuori corso che non utilizzano le strutture universitarie, la spesa per studente anche nel sistema terziario si collocherebbe in media con i paesi OCSE.
I dati presentati da Daniele Checchi e Tullio Jappelli sulla Voce ci dicono qualcosa in più sull’evoluzione e sull’efficienza della struttura organizzativa del sistema universitario italiano.
Se le riforme del sistema universitario hanno prodotto dal 1985 al 2005 un aumento del numero di studenti immatricolati di circa il 65%, a questo incremento è corrisposto un aumento spropositato dell’offerta formativa. Le facoltà universitarie, infatti, sono aumentate di quasi il 90%, mentre il numero di corsi di laurea (considerando solo quelli magistrali) è passato da 778 a ben 2194 (+ 287%).Inoltre, bisogna ricordare che l’assegnazione dei fondi all’università tramite il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) fino al 2008 è avvenuta sostanzialmente a pioggia (criterio della spesa storica) a prescindere dai meriti accademici e di ricerca (dai dati del decreto Mussi 2008 sappiamo che solo il 2,2% dei fondi del FFO sono stati assegnati in base al merito).
Se a questi dati aggiungiamo concorsi truccati, baronaggio diffuso, ricerca scadente, fuga dei cervelli all’estero, abbiamo il quadro di un sistema chiaramente inefficiente che va assolutamente riformato. In un quadro del genere, l’Italia è lontanissima dal traguardo che si è posta a Lisbona: quello di una società basata sulla conoscenza.
Il cambiamento che chiediamo per i nostri atenei è quello che vorremmo vedere realizzato per l’intero paese a sostegno delle future generazioni, con un’istruzione accessibile e di livello, politiche per il diritto allo studio e la valorizzazione del merito, inserimento nel mercato del lavoro, semplificazione degli ordini professionali: quello che i giovani chiedono è la possibilità di avere accesso al proprio futuro.