lunedì 20 dicembre 2010

Fuori e dentro il Parlamento. L'Iter delle Legge Gelmini.

Emanuela De Luca

Dove eravamo rimasti - Prima dell’estate abbiamo dato voce alla preoccupazione dei ricercatori e degli studenti universitari nei confronti del disegno di legge Gelmini, il cui approdo alla discussione parlamentare era slittato al 14 ottobre. I timori espressi allora si sono manifestati in tutta la loro gravità all’inizio dell’anno accademico, poiché da parte del Ministro non vi sono stati passi indietro né tantomeno cenni di apertura alle proteste provenienti dal mondo universitario. Inevitabile, dunque, l’acuirsi delle forme di mobilitazione e la minaccia che tutti temevano: il no di molti ricercatori a tenere i corsi per il nuovo anno, decisione che avrebbe fatto saltare l’avvio di molti corsi di laurea in quanto un numero elevato di ricercatori risulta titolare di insegnamenti (in alcuni casi la percentuale dei ricercatori che svolge anche attività didattica all’interno di un corso di laurea arriva al 40%).
La posizione della CRUI - Di fronte a tale situazione, i rettori hanno usato il pugno duro, soprattutto all’inizio dell’anno accademico, affermando che sarebbero state bandite delle docenze a contratto per rimpiazzare i vuoti lasciati dai ricercatori. La peggiore delle soluzioni, in quanto comporterebbe una ulteriore spesa (il finanziamento, seppure a prezzi stracciati, di nuovi contratti) e il rischio di abbassamento della qualità della didattica (poiché i nuovi contratti potrebbero anche essere assegnati a persone che non hanno mai tenuto un corso universitario). È seguita una mozione della CRUI (la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) del 23 settembre, la quale, pur ribadendo la necessità di garantire il diritto degli studenti al regolare corso dell’anno accademico, comprende il disagio dei ricercatori e sollecita il Governo a rendere certi i tempi e le entità dei finanziamenti per l’Università. Tuttavia, dopo pochi giorni,il Presidente della CRUI, Enrico Decleva, preoccupato che la calendarizzazione al 14 ottobre della discussione parlamentare sul DDL Gelmini, proprio alla vigilia dell’inizio della Sessione Bilancio, potesse portare “molto probabilmente, nell’attuale situazione di instabilità politica, alla rottamazione anticipata del provvedimento”, afferma che “è indispensabile che si ritorni sul calendario dei lavori in Aula garantendo lo spazio per la discussione in tempo utile del provvedimento”. Velatamente, ma neanche troppo, la CRUI dimostrava la volontà che questo DDL venisse approvato e in tempi brevi.
La mobilitazione e le forme di protesta - La mobilitazione ha visto in prima fila soprattutto l’università di Bologna: dopo un iniziale pugno duro, il Senato Accademico dell’Alma Mater ha accolto e fatto proprio un documento proposto dal Rettore Ivano Dionigi e dai Presidi di Facoltà con il quale l’inizio delle lezioni è stato posticipato al 5 ottobre ed è stata deliberata dal 27 settembre all’1 ottobre una settimana di riflessione e confronto su alcuni dei temi più rilevanti e più critici del sistema universitario (quali l’autonomia, il diritto allo studio, il sistema di governance, le risorse, le nuove politiche di reclutamento e lo status degli attuali ricercatori). Tutto ciò per far conoscere la reale situazione delle università pubbliche e i motivi del disagio espresso dai ricercatori e per elaborare proposte sulla legge di riforma da sottoporre agli interlocutori istituzionali e politici. Le iniziative sono state numerose: seminari, incontri pubblici, assemblee dei ricercatori sono stati organizzati nelle varie facoltà dell’ateneo bolognese (il 29 settembre la mobilitazione ha coinvolto anche attori esterni all’università: il mondo della scuola e del teatro, anch’essi colpiti pesantemente dalla scure dei tagli economici) e sono state accompagnate da numerosi momenti di protesta (ad esempio lo sciopero nazionale dell’8 ottobre di un’ora in tutti i comparti della conoscenza).
Oltre alla settimana di mobilitazione per l’università, i ricercatori hanno organizzato ulteriori assemblee, per definire in maniera precisa le proposte da avanzare al Governo e le forme di protesta in occasione della discussione parlamentare.

Le richieste e le proposte dei ricercatori precari – Lo scorso 8 ottobre a Bologna ha avuto luogo l’assemblea nazionale dei precari della ricerca e della docenza delle università italiane, nel corso della quale si è deciso di dar vita al “Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università” (CPU) ed è stato stilato un documento che raccoglie e sintetizza le varie proposte messe in campo. Ne riportiamo i punti essenziali. I ricercatori del CPU vogliono innanzitutto far sapere che, pur svolgendo da anni attività di ricerca e insegnamento sottopagate e senza diritti che contribuiscono in modo determinante al funzionamento degli atenei, nelle proposte di legge e nelle politiche di ateneo non vi è per loro alcun riconoscimento ufficiale. Sostenendo che «l’università debba riformarsi democraticamente e dal basso, per offrire alla società italiana didattica di qualità, ricerca talentuosa ed un ruolo di costante e autonomo osservatorio critico», volendo «un’università che non crei fratture sociali o territoriali tra studenti e lavoratori, che non sfrutti il lavoro con contratti umilianti e privi di tutele, che non offra alle nuove generazioni come scelta unica il precariato a vita», i ricercatori del CPU constatano come, invece, le politiche del Governo, in particolare la cosiddetta “riforma” dell’università, vadano in senso completamente opposto. Infatti, se il DDL Gelmini, verrà approvato dal Parlamento, si presenterà una situazione di questo tipo: «intere generazioni di precari universitari vengono semplicemente cancellate dalla prevista abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con contratti a tempo privi di garanzie, ben lontani dalla propagandata tenure track; decine di migliaia di ricercatori precari sono a rischio di non poter proseguire i propri rapporti di lavoro a causa degli inaccettabili limiti temporali e anagrafici per assegnisti e ricercatori TD e dei tagli (1 miliardo e 350 milioni di euro) che stanno devastando l’università italiana; già nei mesi passati svariate migliaia di collaboratori, co.co.co. e docenti a contratto sono stati epurati per mancanza di fondi e lasciati privi di ammortizzatori sociali; attraverso l’istituzione del rettore-padrone e l’introduzione dei privati nei CdA vengono indebolite le strutture democratiche d’ateneo; si concede al Ministero dell’Economia una delega in bianco per la valutazione e il finanziamento degli atenei; si trasforma il diritto allo studio in indebitamento preventivo degli studenti, aggravando le disuguaglianze sociali e territoriali. Non è un caso che il DdL Gelmini sia sostenuto dalla CRUI, associazione privata che riunisce le componenti accademiche maggiormente responsabili delle tante distorsioni dell'università attuale». Pertanto i ricercatori del CPU chiedono che la riforma dell’università comprenda “inscindibilmente” 5 punti: 1) un contratto unico pre-ruolo di ricerca e didattica, di durata almeno biennale e senza limiti di rinnovo, in sostituzione dell’attuale giungla di contratti precari; 2) l'introduzione di un ruolo unico della docenza articolato in 3 livelli; 3) il rilancio del reclutamento, attraverso concorsi, per nuove posizioni di ricerca e docenza a tempo indeterminato; 4) l'adeguamento dell'età pensionabile dei docenti universitari allo standard europeo di 65 anni anche al fine di recuperare risorse esclusivamente per il reclutamento; 5) l’introduzione di un sistema di welfare e tutele sociali per tutti i precari. Inoltre chiedono con urgenza l'abolizione dei limiti temporali e anagrafici di accesso e di rinnovo per i contratti precari universitari; lo sblocco del turnover e il recupero delle posizioni già perse a causa del blocco; la cancellazione delle tasse per i dottorandi senza borsa e lo stanziamento di maggiori risorse per le borse di dottorato; che le università smettano di versare le quote associative alla CRUI, corrispondenti ad oltre 1,5 milioni di euro annui provenienti dai propri bilanci, in quanto la “associazione CRUI” ha cessato definitivamente di rappresentare gli interessi dell'università pubblica (le somme recuperate dovrebbero essere utilizzate per il rifinanziamento dei servizi d’ateneo tagliati a causa delle difficoltà economiche degli ultimi); a tutti gli organi di governo degli atenei di pronunciarsi contro il DdL Gelmini e contro il sostegno della CRUI a questo provvedimento; a tutti i rettori e presidi di non bandire contratti esterni per sostituire i ricercatori strutturati indisponibili. Quanto alla protesta, infine, i ricercatori si sono proposti di rifiutare e condannare ogni forma di lavoro gratuito o di retribuzione simbolica e di sensibilizzare i colleghi precari verso questa importante posizione di principio ed efficace forma di protesta; di costruire iniziative locali contro il DdL Gelmini, per rivendicare il diritto ad essere rappresentati negli atenei e per sostenere piattaforme rivendicative mirate a migliorare la loro condizione di lavoro e di vita; di coordinarsi con i precari della scuola per proporre e realizzare insieme una giornata di mobilitazione nazionale contro i tagli all'istruzione e contro il progetto governativo di smantellamento dell'istruzione pubblica.

La discussione parlamentare – Arriva il fatidico 14 ottobre, data di inizio della discussione parlamentare sul DdL 1905. Fuori il clima è particolarmente caldo per i numerosi sit-in di ricercatori precari e di studenti, e all’interno di Montecitorio, per l’insofferenza sempre più crescente del gruppo dei “finiani” di Futuro e Libertà nei confronti del Governo. Ma ci pensa Giulio Tremonti a togliere, per un momento, le castagne dal fuoco: infatti il ministro dell’Economia proprio in quei giorni dichiara che non vi è la copertura finanziaria sufficiente per il disegno di riforma dell’università. Tutto slitta, dunque, a dicembre. Nel frattempo i ricercatori sono ritornati in cattedra e i corsi sono partiti regolarmente, pur restando aperti tutti i problemi: restano i tagli della legge 133/2008, restano i tagli e il blocco del turn over sanciti dalla scorsa finanziaria. Come se ciò non bastasse, si aggiunge un nuovo dato: 8 studenti italiani su 10 aventi diritto alla borsa di studio non potranno usufruirne, poichè il finanziamento statale è passato dai 246 milioni dello scorso anno a 25,7 milioni, quasi il 90% dei fondi in meno.
Nei primi giorni di dicembre, il DdL termina la discussione parlamentare alla Camera e ottiene l’approvazione per passare al Senato. Operazione tutt’altro che semplice, a causa della grave crisi interna alla maggioranza, delle scelte alterne del gruppo di Fli e, soprattutto, per via della enorme mobilitazione dei ricercatori universitari e di tutto il movimento studentesco. Scuole e università occupate, monumenti simbolo del nostro patrimonio artistico presi d’assalto, studenti e ricercatori sui tetti, assemblee, lezioni in piazza, manifestazioni, blocco delle stazioni e delle autostrade, cariche della polizia sugli studenti: questi gli eventi dei primissimi giorni di dicembre. Da tanto tempo non si assisteva a mobilitazioni così forti e corali. Se i ricercatori lo scorso inverno, quando iniziò a circolare la prima bozza del DdL sull’università, temevano che la loro protesta e le loro ragioni non avrebbero fatto presa sull’opinione pubblica, oggi possono dire di aver scampato quel pericolo e di essere riusciti nella loro opera di sensibilizzazione e informazione.
Incassata la fiducia da parte del governo lo scorso 14 dicembre, l’iter parlamentare del DdL è proseguito al Senato, dove il 23 dicembre è stato definitivamente approvato. (La bozza provvisoria della riforma è consultabile sul sito http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00518474.pdf).
Le ripercussioni deleterie di questa legge sul sistema universitario sono state già discusse all’interno di questo blog nei mesi scorsi con docenti, ricercatori e studenti [http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/06/la-protesta-dei-ricercatori.html http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/10/ancora-sul-ddl-gelmini-colloquio-con.html http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/10/gelmini-e-la-riforma-delluniversita.html], senza dimenticare i gravi tagli economici dovuti alla L. 133/08 e alla manovra finanziaria. Certamente le politiche di definanziamento dell’istruzione e della ricerca perseguite nell’ultimo decennio, in maniera più acuta negli ultimi 2-3 anni, hanno avuto un effetto devastante su tutto il sistema universitario pubblico. Bisogna ammettere, però, – e questa riflessione non può partire dalla politica, ma necessariamente dall’interno del mondo universitario – che il problema principale dell’università italiana, assieme a quello del disinvestimento economico da parte dello Stato, è la didattica. Per il momento lasciamo aperta questa questione fondamentale, che meriterebbe uno spazio più ampio e necessiterebbe di altri contributi, ma vogliamo comunque riportare le riflessioni, che ci è capitato quasi casualmente di leggere nei giorni scorsi, fatte su questi due punti (finanziamenti statali all’istruzione e università e qualità della didattica universitaria) da Marc Bloch e Antonio Gramsci. Mutatis mutandis, crediamo che possano offrire validi spunti di riflessione.

«Ogni sventura nazionale richiede innanzitutto un esame di coscienza; poi (giacché l’esame di coscienza non è che uno sterile compiacersi quando non induca ad uno sforzo verso il meglio) la stesura di un piano di rinnovamento. […] Tra tante e indispensabili ricostruzioni, quella del nostro sistema pedagogico non sarà la meno urgente. Si tratti di strategia, di pratica amministrativa o semplicemente di resistenza morale, il nostro crollo è stato innanzitutto, nei dirigenti di questo paese e (perché temere di confessarlo?) in tutta una parte del suo popolo, una disfatta dell’intelligenza come del carattere. Tra le cause profonde della sconfitta, in altre parole, un ruolo di primo piano spetta alle insufficienze della formazione offerta ai giovani dalla società. Una timida riforma mai potrebbe correggere questi difetti. Non si costruisce un nuovo sistema educativo rattoppando vecchie routine. È necessaria una rivoluzione. […] Non illudiamoci, il compito sarà arduo. Non potremo evitare le lacerazioni. Non sarà facile convincere gli insegnanti che i metodi che essi per lungo tempo e coscienziosamente hanno usato non erano forse i migliori, gli uomini maturi che i loro figli trarranno vantaggio da un’educazione diversa da quella che essi stessi hanno ricevuto, […]. Qui, né solo qui, l’avvenire apparterrà agli audaci, ne siamo certi. Per tutti gli uomini che si occupano di insegnamento, non potrebbe esservi pericolo peggiore di una molle compiacenza nei confronti delle istituzioni di cui essi hanno fatto, con il tempo, una comoda dimora. Non pretendiamo certo, in poche pagine, di discutere il programma di questa necessaria rivoluzione. […] Vi è però una condizione preliminare, talmente irrinunciabile che nulla di serio potrà essere fatto quand’essa non sia soddisfatta. Per l’educazione dei giovani, come per il costante sviluppo della cultura tra tutti i cittadini, è importante che la Francia di domani accetti di spendere cifre incomparabilmente superiori a quelle che sino ad ora si è rassegnata a stanziare. […] Risorse, dunque, per i nostri progetti di ricerca. Per le nostre università, i licei e le scuole, […]. E, diciamolo senza falsi pudori, risorse ci serviranno anche per assicurare agli insegnanti di tutti i gradi un’esistenza certo non lussuosa (non è una Francia di lusso che sogniamo) ma sufficientemente libera, oltre che dalle piccole angustie materiali, dalla necessità delle occupazioni accessorie, affinché questi uomini possano dedicarsi ai loro compiti di insegnamento o di ricerca scientifica con animo sgombro, con uno spirito che non cesserà di rinnovarsi alle vive fonti dell’arte o della scienza. Ma questi indispensabili sacrifici sarebbero vani se non si rivolgessero ad un insegnamento completamente rinnovato.
Una parola, una parola terribile, riassume una delle tare più perniciose del nostro attuale sistema: bachotage . Un veleno penetrato in minor misura nell’insegnamento primario, che pure non credo ne sia del tutto esente. L’insegnamento secondario, delle università e delle grandes Écoles, ne è ormai infetto. Bachotage. Ovvero: ossessione dell’esame e della valutazione. Peggio ancora: ciò che dovrebbe essere un semplice reagente, destinato a verificare il valore dell’educazione, diventa il fine cui si orienta sin dall’inizio l’intero processo educativo. Non si invitano più i ragazzi o gli studenti ad acquisire le conoscenze di cui l’esame, bene o male, permetterà di apprezzare la solidità. Li si esorta invece a preparare l’esame. Similmente, un cane sapiente non è un cane che sa molte cose ma che è stato addestrato a dare, tramite qualche esercizio preventivamente scelto, solo l’illusione del sapere. […] Non penso sia necessario insistere oltre sugli inconvenevoli intellettuali di una simile mania degli esami. Ma, quanto alle conseguenze morali, le conosciamo da sempre: il timore di qualsiasi iniziativa, negli insegnanti come negli allievi; la negazione di ogni libera curiosità; il culto del successo anziché il piacere della conoscenza; una sorta di perenne tremito, e di astio, laddove invece dovrebbe regnare la libera gioia di apprendere; la fede nella fortuna […]; infine, male infinitamente più grave, la fede nella frode?».
Marc Bloch, Sulla riforma dell’insegnamento in La strana disfatta. Testimonianza del 1940, introduzione di S. Lanaro, Einaudi, Torino 1995, 201-213.

«Le università italiane. Perché non esercitano nel paese quell'influsso di regolatrici della vita culturale che esercitano in altri paesi? Uno dei motivi deve ricercarsi in ciò che nelle università il contatto tra insegnanti e studenti non è organizzato. Il professore insegna dalla cattedra alla massa degli ascoltatori, cioè svolge la sua lezione, e se ne va. Solo nel periodo della laurea avviene che lo studente si avvicini al professore, gli chieda un tema e consigli specifici sul metodo della ricerca scientifica. Per la massa degli studenti i corsi non sono altro che una serie di conferenze, ascoltate con maggiore o minore attenzione, tutte o solo una parte: lo studente si affida alle dispense, all'opera che il docente stesso ha scritto sull'argomento o alla bibliografia che ha indicato. Un maggior contatto esiste tra i singoli insegnanti e singoli studenti che vogliono specializzarsi su una determinata disciplina: questo contatto si forma, per lo più, casualmente ed ha una importanza enorme per la continuità accademica e per la fortuna delle varie discipline. Si forma, per esempio, per cause religiose, politiche, di amicizia famigliare. Uno studente diventa assiduo di un professore, che lo incontra in biblioteca, lo invita a casa, gli consiglia libri da leggere e ricerche da tentare. Ogni insegnante tende a formare una sua "scuola", ha suoi determinati punti di vista (chiamati "teorie") su determinate parti della sua scienza, che vorrebbe veder sostenuti da "suoi seguaci o discepoli". Ogni professore vuole che dalla sua università, in concorrenza con le altre, escano giovani "distinti" che portino contributi "seri" alla sua scienza. Perciò nella stessa facoltà c'è concorrenza tra professori di materie affini per contendersi certi giovani che si siano già distinti con una recensione o un articoletto o in discussioni scolastiche (dove se ne fanno). Il professore allora guida veramente il suo allievo; gli indica un tema, lo consiglia nello svolgimento, gli facilita le ricerche, con le sue conversazioni assidue accelera la sua formazione scientifica, gli fa pubblicare i primi saggi nelle riviste specializzate, lo mette in rapporto con altri specialisti e lo accaparra definitivamente. Questo costume, salvo casi specifici di camorra, è benefico, perché integra la funzione delle università. Dovrebbe, da fatto personale, da iniziativa personale, diventare funzione organica: non so fino a che punto, ma mi pare che i seminari di tipo tedesco, rappresentino questa funzione o cerchino di svolgerla. Intorno a certi professori c'è ressa di procaccianti, che sperano raggiungere più facilmente una cattedra universitaria. Molti giovani invece, che vengono dai licei di provincia specialmente, sono spaesati e nell'ambiente sociale universitario e nell'ambiente di studio. I primi sei mesi del corso servono per orientarsi sul carattere specifico degli studi universitari e la timidezza nei rapporti personali è immancabile tra docente e discepolo. Nei seminari ciò non si verificherebbe o almeno non nella stessa misura. In ogni modo, questa struttura generale della vita universitaria non crea, già all'università, alcuna gerarchia intellettuale permanente tra professori e massa di studenti; dopo l'università anche quei pochi legami si sciolgono e nel paese manca ogni struttura culturale che si impernii sull'università. Ciò ha costituito uno degli elementi della fortuna della diade Croce-Gentile, prima della guerra, nel costituire un gran centro di vita intellettuale nazionale; tra l'altro essi lottavano anche contro l'insufficienza della vita universitaria e la mediocrità scientifica e pedagogica (talvolta anche morale) degli insegnanti ufficiali.
Quistioni scolastiche. Confrontare l'articolo Il facile e il difficile di Metron nel "Corriere della Sera" del 7 gennaio 1932. Metron fa due osservazioni interessanti (riferendosi ai corsi d'ingegneria e agli esami di Stato per gli ingegneri): 1) che durante il corso l'insegnante parla per cento e lo studente assorbe per uno o due; 2) che negli esami di Stato i candidati sanno rispondere alle quistioni "difficili" e falliscono nelle quistioni "facili". Metron non analizza però esattamente le ragioni di questi due problemi e non indica nessun rimedio "tendenziale". Mi pare che le due deficienze siano legate al sistema scolastico delle lezioni-conferenze senza "seminario" e al carattere tradizionale degli esami che ha creato una psicologia tradizionale degli esami. Appunti e dispense. Gli appunti e le dispense si formano specialmente sulle quistioni "difficili": nell'insegnamento stesso si insiste sul "difficile", nell'ipotesi di un'attività indipendente dello studente per le "cose facili". Quanto più si avvicinano gli esami tanto più si riassume la materia del corso, fino alla vigilia, quando si "ripassano" solo appunto le quistioni più difficili: lo studente è come ipnotizzato dal difficile, tutte le sue facoltà mnemoniche e la sua sensibilità intellettuale si concentrano sulle quistioni difficili ecc. Per l'assorbimento minimo: il sistema delle lezioni-conferenze porta l'insegnante a non ripetersi o a ripetersi il meno possibile: le quistioni sono così presentate solo entro un quadro determinato, ciò che le rende unilaterali per lo studente. Lo studente assorbe uno o due del cento detto dall'insegnante: ma se il cento è formato di cento unilateralità diverse, l'assorbimento non può essere che molto basso. Un corso universitario è concepito come un libro sull'argomento. Ma si può diventare colti con la lettura di un solo libro? Si tratta quindi della quistione del metodo nell'insegnamento universitario: all'università si deve studiare o studiare per saper studiare? Si devono studiare "fatti" o il metodo per studiare i "fatti"? La pratica del "seminario" dovrebbe appunto integrare e vivificare l'insegnamento orale».
Antonio Gramsci, Note sparse. Problemi scolastici e organizzazione della cultura in Quaderni del carcere 3: Quaderni 12-29, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1977.

Infine vogliamo aggiungere che la protesta, forte e decisa, contro questa proposta di riforma ha finalmente messo insieme le diverse anime dell’università che in genere tendono a non parlarsi o a parlarsi troppo poco, cioè studenti, ricercatori e docenti. Quale occasione migliore per iniziare a ripensare la didattica universitaria?

Links agli articoli precedenti di E. De Luca e B. M. Trentin
http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/06/la-protesta-dei-ricercatori.html

http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/10/ancora-sul-ddl-gelmini-colloquio-con.html

http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/10/gelmini-e-la-riforma-delluniversita.html

La lettera del Presidente della Repubblica che ha accompagnato la promulgazione della Legge “Gelmini” sull’ Università.

"Promulgo la legge, ai sensi dell'art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L'attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26.
Per quel che riguarda l'articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato - pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore - si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all'impegno assunto dal Ministro Gelmini nella seduta del 21 dicembre in Senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell'articolo. Per quanto concerne l'art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell'appartenenza territoriale.
Inoltre l'art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale. Infine è opportuno che l'art. 26, nel prevedere l'interpretazione autentica dell'art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale.Al di là del possibile superamento - nel corso del processo di attuazione della legge - delle criticità relative agli articoli menzionati, resta importante l'iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative - sul piano dei contenuti e delle risorse - delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall'Assemblea. Auspico infine che su tutti gli impegni assunti con l'accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate".

Giorgio Napolitano

Legge Gelmini. La Relazione di Minoranza

Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario

Relazione di Luigi Nicolais

Signor Presidente,
Signori rappresentanti del Governo,
Onorevoli Colleghi,
Il 5 Giugno1224 con la “generalis lictera”, nel fondare l’Università degli Studi di Napoli, fu emanato solennemente l’editto che affermava: “Federico II di Svevia per grazia del Signore Imperatore dei Romani e Augusto Re di Gerusalemme e di Sicilia, agli arcivescovi, vescovi e altri prelati della Chiesa, ai margravi, baroni, giudici, ciambellani..... Noi ordiniamo che a Napoli, la più amabile di tutte le città, saranno insegnate tutte le arti professionali e sarà stabilita una sede di studi così che tutti quelli che sono affamati di sapere scopriranno nel mio regno i mezzi per soddisfare le loro necessità e non saranno obbligati ad andare all'estero per amore degli studi ...."

Se l’Università assumeva tale centralità per un regnante circa 800 anni fa, ancor maggiore consapevolezza dovremmo attenderci oggi da una moderna classe politica.

In una società della conoscenza in cui la competizione ha una dimensione globale bisogna puntare principalmente sulle Università come elemento di sviluppo del Paese. E’ necessario riuscire a formare giovani capaci e competenti e sviluppare conoscenza e ricerca che, da un lato possano essere trasferite alle imprese (che, peraltro, solo attraverso una smaterializzazione del loro prodotto riescono a mantenere una posizione competitiva in uno scenario globale) e, dall’altro, creare una classe dirigente all’altezza della complessità delle sfide che la società ci pone.
La nostra università ha saputo fino ad oggi, anche con molta difficoltà, mantenere una produzione scientifica che posiziona ancora il nostro Paese tra le prime nazioni industrializzate, nonostante il basso numero di ricercatori e le scarse risorse finanziarie.
Quante straordinarie risorse intellettuali frutto di anni di sacrifici nelle aule e nei laboratori delle nostre Facoltà hanno trovato la loro collocazione in grandi multinazionali all’estero? Quante migliaia di ricercatori italiani nel mondo spesso costituiscono comunità scientifiche, universalmente riconosciute per la loro qualità e per la loro capacità? Si pensi che a Boston presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology i tanti ricercatori con passaporto italiano, impegnati tra centri di ricerca e multinazionali che con essi interagiscono, hanno sentito la necessità di riunirsi in una comunità chiamata MIT-ITALY, per condividere lo straordinario bagaglio di conoscenza acquisita in patria e valorizzata in uno dei principali centri di eccellenza del mondo.
Tali dati richiederebbero una maggiore umiltà nell’affrontare certe critiche indiscriminate al nostro mondo universitario, alla sua classe docente, ai suoi ricercatori e ai suoi studenti.
Soprattutto dovrebbero farci agire con maggiore cautela nel proporre tagli indiscriminati che finiscono con accelerare le ondate migratorie delle nostre migliori intelligenze a favore delle economie dei nostri competitor su scala globale.

Sicuramente la nostra università, come molte altre istituzioni, ha bisogno di una riforma che tenga conto dei grandi cambiamenti che negli ultimi anni sono avvenuti.


In un sistema che cambia a grande velocità non possiamo consentirci di lasciare immutato il nostro impianto di alta formazione. Ed è per questo che come Partito Democratico abbiamo sostenuto, sin dalle prime battute dell’esame dell’iter legislativo del DDL di riforma dell’Università, la necessità di pretendere un cambio di passo dal sistema universitario. Attraverso un maggiore impegno del corpo docente delle università, non solo nello sviluppo di conoscenza e nell’attività di formazione, ma anche ponendo attenzione alla possibilità di trasferire al territorio i risultati della ricerca prodotta.

Purtroppo, dobbiamo constatare che questo Governo ha seguito un percorso che non è stato all’altezza delle sfide che abbiamo innanzi a noi. Il Governo ha affrontato il problema della riforma dell’Università puntando principalmente al risparmio della spesa.
Le stesse risorse contenute nella manovra finanziaria appena approvata, se da un lato dimostrano che era necessario correggere il tiro rispetto ai molteplici tagli già operati per il settore, dall’altro risultano essere totalmente insufficienti per assegnare all’intero comparto dei saperi quel ruolo chiave necessario per il rilancio del Paese.

Per poter far in modo che l’opinione pubblica non maturasse un’accesa ostilità nei confronti di questi tanto pericolosi tagli, è stato ancora più grave la campagna denigratoria messa in atto nei mesi scorsi dai media e da settori del mondo politico enfatizzando alcuni problemi reali, peraltro presenti anche in altri settori della vita pubblica e professionale, ma che strumentalmente nell’università si è voluto far passare quale regola generale del sistema.

Il danno più grave prodotto da questa campagna è stato quello di aver tolto ai giovani studenti la possibilità di guardare al proprio docente come ad un modello di riferimento.
Anziché tentare di rafforzare la credibilità di un’istituzione, quella accademica, che quotidianamente si cimenta con la difficoltà di dare coscienza alle nuove generazioni del proprio ruolo all’interno della società, si è voluto rappresentare agli occhi del cittadino il facile luogo comune dell’Università fonte di sprechi e rendite di posizione.

Purtroppo, il risultato di questa scelta politica non è stato quello di agevolare la riduzione degli investimenti in questo settore, ma quello di avvelenare il clima ed esasperare ancora di più chi ha scelto di dedicare la propria vita alla Ricerca e si aspettava dai propri governanti più lungimiranza e maggiore coraggio negli investimenti.

Oggi ci troviamo ad esaminare questo Disegno di Legge, nella sua stesura successiva alle modifiche apportate dalle competenti commissioni parlamentari, nella consapevolezza che il suo corpo normativo presenta delle contraddizioni di fondo che non sono state risolte.
Principi quali l’autonomia, la libera formazione e la libera ricerca enunciati con molta forza all’articolo 1 del provvedimento in esame, e sicuramente condivisibili, vengono però totalmente contraddetti dalle prescrizioni indicate negli articoli successivi, che rappresentano il corpus vivo del disegno di legge.
Si pensi a come da un lato si stabilisce con un dettaglio che appare stringente e invasivo la minuziosa composizione degli organi di governo e, dall’altro, si introduce il concetto dell’Accordo di Programma con il Ministero per sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi, permettendo di disattendere alle norme prescritte a seguito di un accordo tra parti, mortificando la vera autonomia e centralizzando in maniera burocratica i luoghi decisionali.
Secondo la stessa impostazione anche i piani triennali di sviluppo, che nelle enunciazioni governative dovevano rappresentare un alto momento di politica universitaria, si riducono ad un’attività burocratica che deve essere approvata e condivisa dal Ministero per l’Università, l’Istruzione e la Ricerca Scientifica (MIUR).
L’intero impianto della riforma universitaria che ci viene proposta punta a farci ritornare ad un sistema centralista e, con l’approvazione dell’emendamento all’art. 25, si introduce un evidente tutoraggio del MIUR da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Nel disegnare l’architrave normativo della nuova università, ci saremmo aspettati una maggiore attenzione nel prevedere delle precise norme transitorie. Purtroppo, dobbiamo constatare che anche queste fondamentali disposizioni sono del tutto insufficienti, non prevedendo cosa succederà a circa 25.000 ricercatori cui, peraltro, è stato anche già annullato lo scatto stipendiale, e a decine di migliaia di precari che contribuiscono in modo essenziale a sostenere tanto la ricerca, quanto la didattica degli Atenei anche superando quanto previsto dalla legge 382 attualmente vigente.

Inoltre Il disegno di legge che stiamo esaminando non vara una riforma a costo zero, ma una riforma che opera all’interno di tagli che hanno già messo in ginocchio le università.
Il principio economico che la ispira non trova pari nel quadro comunitario. Altri paesi d’Europa, che condividono con noi comuni esigenze di bilancio e preoccupazioni per l’instabilità finanziaria, hanno investito in Ricerca e Innovazione.
Francia e Germania hanno accompagnato le loro misure di programmazione economica e finanziaria con massicci investimenti in conoscenza, consapevoli che ogni risorsa allocata per la filiera della conoscenza può divenire, in un sistema che funziona, moltiplicatore di sviluppo e catalizzatore di ripresa economica.
L’Italia, purtroppo anche con questo disegno di legge che ci accingiamo a votare, si attesta sempre di più come fanalino di coda delle classifiche tra i paesi più sviluppati per l’investimento in ricerca e alta formazione. Il taglio di 1 miliardo e 300 milioni di euro operato nel finanziamento delle università in questi ultimi 3 anni rappresenta un dato gravissimo del quale paghiamo le conseguenze quotidianamente, ipotecando effetti nefasti per prossimi anni se non invertiremo la rotta. Gli 800 milioni di Euro appena assegnati con la finanziaria rappresentano solo una parte del Fondo di Finanziamento Ordinario già decurtato e quindi sono una misura totalmente insufficiente per ogni eventuale nuova assunzione e non possono essere propagandati quali investimenti aggiuntivi.

Con questo non vogliamo difendere acriticamente lo status quo. Il Partito Democratico è nato per proporsi come forza politica per il cambiamento necessario al Paese. Di conseguenza siamo consapevoli dell’urgenza non tanto di singole misure correttive, quanto di un provvedimento che metta a sistema l’intera cornice legislativa che disciplina il mondo dell’università in ogni suo aspetto.
Ma crediamo in un’altra riforma dell’Università italiana. Le riforme coraggiose, quelle che rispondono all’interesse generale del paese non possono subire condizionamenti solo dalla necessità di ridurre i costi.

Abbiamo bisogno di un testo unico snello di principi e di regole chiare a cui gli atenei devono attenersi (nel reclutamento, nella formazione, nella valutazione), operando secondo il paradigma della massima autonomia e della massima responsabilità.

L'autonomia è l'elemento fondativo caratterizzante il sistema universitario, ma per perseguirla abbiamo bisogno di risorse, programmi e progettualità strategiche che rendano il sistema universitario coeso e funzionale alle esigenze di un moderno sistema Paese. Nel DDL assistiamo ad un rinnovato accentramento amministrativo e alla minuziosa elencazione di obblighi a cui le università devono conformarsi. Necessitiamo, invece, di una rivisitazione e una riorganizzazione degli atenei in un' ottica politica più generale e complessa rispetto a quella fino ad oggi adottata. Le università debbono essere messe in condizioni di poter esercitare una funzione più incisiva nella società, e per fare questo devono agire con la consapevolezza che occorre aprire una nuova fase progettuale che coinvolga e integri più soggetti e istituzioni. Ecco perché dobbiamo partire dall’autonomia. Soprattutto adesso che essa deve essere declinata insieme a federalismo, sussidiarietà, valutazione e governance multilivello.

Ma l’autonomia deve essere cardine di un sistema fatto di validi contrappesi. Solo la valutazione da parte di enti terzi fungerà da argine contro le spinte degenerative di una cattiva concezione dell’autonomia riconosciuta. La valutazione delle attività come strumento di controllo dei risultati e di trasparenza pubblica è, e deve essere, un punto fermo su cui costruire la forza del sistema che immaginiamo per gli Atenei.
Siamo consapevoli, tuttavia, che per tramutare concretamente la valutazione in una prassi che faccia perno sulla massima responsabilizzazione degli attori universitari dobbiamo avere il coraggio di parlare non solo di valutazione ex ante, ma principalmente di valutazione ex post. Solo così saremo in condizione di premiare i comportamenti virtuosi delle università, dei Dipartimenti e delle diverse strutture accademiche, esaltando una concezione di merito e isolando storture e sperperi. La valutazione delle attività come strumento di indirizzo strategico, di controllo dei risultati e di trasparenza pubblica è, e deve essere, un punto fermo su cui costruire la forza del sistema.
Già nella passata legislatura è stata creata l’ANVUR, che nelle intenzioni di tutti dovrebbe rappresentare l’organo terzo capace di effettuare valutazione oggettiva sia della produzione scientifica che delle attività didattiche, ma anche del funzionamento delle università. Perché, a distanza di quasi 3 anni, l’ANVUR non è ancora operativa ?
In questo Disegno di Legge si parla frequentemente di valutazione senza avere ancora con chiarezza definito le variabili da misurare e le metodologie da utilizzare !
Anche in questo caso, come in tanti altri, il DDL Gelmini rimanda ad una serie di decreti attuativi e di decreti delegati rendendo questa riforma molto vaga e priva di immediata efficacia.

Anche il reclutamento, che rappresenta un elemento essenziale per il futuro delle università, è fortemente condizionato da tutte le scelte di carattere economico effettuate da questo Governo. Anche alla luce del previsto forte esodo dei docenti nei prossimi anni sarebbe stato necessario un significativo ingresso di giovani nel sistema universitario per poter evitare all’università una carenza di capacità didattica e di ricerca.

Desta particolare preoccupazione il modo in cui è affrontato dal testo del disegno di legge il tema della governance del sistema universitario. Siamo scettici rispetto all’idea di un modello rigido unico che passi per norme di dettaglio omogenee per tutte le università. Gli Atenei italiani sono molto diversi tra loro per dimensioni, caratteristiche e ambiti culturali e un “unico modello ” non sembra adeguato a rispondere alle diverse esigenze.
Si costruisce un nuovo modello di governo delle università solo individuando un obiettivo strategico. Questo dovrebbe essere ispirato al principio dell’ accountability, inteso come un solenne e sistematico impegno a render conto dei propri risultati con modalità trasparenti. Ad oggi nell’università una concezione fuorviante e strumentalizzata del pur prezioso concetto di “garanzie democratiche” a tutto campo, ha condotto alla formazione di strutture di governo pletoriche, a procedure decisionali lente e pesantemente gerarchiche, all’impropria commistione tra forme di rappresentanza e compiti di governo. Un obiettivo coraggioso è senza dubbio rappresentato dalla semplificazione stessa degli strumenti di governance e di organizzazione delle università. Abbiamo bisogno di giungere ad una riduzione del numero di corsi di laurea e di dipartimenti attraverso un accorpamento e razionalizzazione degli insegnamenti, garantendo agli stessi studenti la possibilità di una più ampia possibilità di articolazione dei propri percorsi formativi.

Al consiglio di amministrazione va assegnato un deciso compito di programmazione e di governo e il contributo di competenze esterne è senz’altro occasione di rafforzamento per l’Ateneo, a condizione che siano individuate funzioni chiare e specifiche per tali componenti.

Lo stesso Senato Accademico appare privo di una sua missione istituzionale definita e, stante il suo ruolo primario finora assolto, risulta depotenziato. Crediamo che una sua rinnovata centralità risieda in un suo forte ruolo di massima garanzia, di rigoroso controllo e di programmazione e promozione delle attività scientifiche e didattiche.

Le Università esistono in quanto esistono gli studenti che le frequentano. In questo DDL è mancata la centralità dello studente intorno al quale costruire un sistema che possa assolvere ai suoi compiti istituzionali.
Infatti, sarebbe stato necessaria, ad oltre dieci anni dalla sua introduzione, un’analisi del sistema di formazione basato sul 3+2 per poter essere in grado di effettuare i necessari aggiornamenti.
Altrettanto preoccupante è il capitolo Diritto allo Studio. Nel nostro paese appena l’8% degli studenti riceve una borsa di studio. Circa la metà degli studenti idonei, perché meritevoli ma privi di mezzi economici sufficienti, non è assegnatario del contributo economico cui ha diritto. Nel mezzogiorno gli assegnatari sono, addirittura, una netta minoranza. Abbiamo il minor numero di alloggi residenziali d’Europa. Più dell’80% degli studenti si iscrive alle facoltà della propria regione di residenza. Tutto ciò mentre il diritto allo studio è solennemente sancito come principio inderogabile dall’art. 34 della nostra Costituzione. Il disegno di legge introduce genericamente un Fondo nazionale per il merito senza dare contenuto cogente a queste disposizioni, non individuando dei criteri chiave per la loro attuazione ed eludendo scandalosamente il tema delle risorse necessarie a colmare le carenze che gli studenti hanno denunciato con imponenti manifestazioni appena qualche giorno fa, in ogni città universitaria.
Ancora una volta assistiamo a un principio genericamente enunciato che non si concretizza in misure tangibili e che non trova soluzione ai problemi già esistenti, soprattutto per una totale mancanza di fondi di copertura.


Ci saremmo aspettati una legge coraggiosa di riforma dell’Università che affrontasse tutti i nodi che abbiamo qui evidenziato che sono a gran voce rivendicati da tutti i suoi attori: docenti, studenti, ricercatori, personale amministrativo.

Ci troviamo, invece, ad analizzare un testo che continua ad essere viziato da misure di finanza pubblica che ne hanno svuotato qualsiasi prospettiva di cambiamento reale dell’esistente.

Pertanto non possiamo che ritenerci insoddisfatti dal contenuto di questo Disegno di Legge: esso non risponde alle esigenze di un Paese che vuole essere competitivo e che richiede un sistema di alta formazione responsabile e competente.

CAMERA DEI DEPUTATI
XVI LEGISLATURA
Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 399 di lunedì 22 novembre 2010

sabato 20 novembre 2010

"Investire sul SAPERE per investire sul futuro”

"Università, Ricerca e Innovazione"

L’investimento nel sapere è strategico: su scuola, università e ricerca si costruisce il futuro
La forte relazione tra "SCUOLA/UNIVERSITA'/RICERCA/INNOVAZIONE e TERRITORIO” è elemento chiave di uno sviluppo economico ed umano che abbia come orizzonte strategico e come fondamento dell'azione politica l'equità distributiva e la coesione sociale.
La crisi sta mettendo a dura prova anche il modello di sviluppo emiliano romagnolo, che ha garantito un lungo periodo di crescita economica e benessere diffuso. Per rimanere competitivi e continuare a produrre ricchezza in misura adeguata a consentire un’equa redistribuzione è necessario, ad ogni livello territoriale, investire in
ricerca, trasferimento tecnologico nella produzione, sviluppo del capitale umano.
Le politiche del Governo vanno in tutt’altra direzione; i tagli generalizzati producono un effetto depressivo su ogni settore dell’economia e non indicano alcun percorso per l’uscita dalla crisi. Contrariamente ad altri Paesi che, nel quadro di manovre severe, hanno comunque continuato ad investire nel sistema dell’istruzione e della
ricerca, in Italia si è disinvestito massicciamente proprio su scuola, università e ricerca. Si tratta di una scelta grave ed iniqua perché blocca la mobilità sociale, produce ulteriori diseguaglianze aggravando la condizione economica e sociale del Paese, la cui competitività viene pericolosamente compromessa.
Per il Partito Democratico l’investimento nel Sapere è irrinunciabile in quando base fondamentale della crescita umana e sociale degli individui e delle comunità in cui operano.
Senza Conoscenza non c’è Libertà e senza Libertà non c’è Democrazia.
Nell’economia globalizzata se non si investe sui Saperi si finisce per trovarsi a competere nella fascia bassa
del mercato, con paesi che hanno mercati del lavoro meno garantiti e su produzioni mature ed a minore valore
aggiunto. La sfida potrà essere vinta se si sapranno tenere insieme sapere, conoscenza, innovazione sociale e tecnologica e ricerca.

L’impatto dei tagli

L’impatto devastante dei tagli non è noto a gran parte dell’elettorato ed è bene ricordare come una politica massimamente centralista del Governo, in barba ai proclami federalisti e con l’appoggio della Lega, ha colpito il sistema pubblico d’istruzione e la ricerca scientifica e tecnologica, e con essi il nostro futuro.
1. Taglio di 8 miliardi di risorse in tre anni alla scuola, corrispondenti a meno ore, meno offerta formativa, meno discipline, meno attività di laboratorio, zero euro per l’innovazione didattica e la formazione dei docenti. Si sono separati i percorsi di istruzione, senza garantire a tutti i ragazzi, entro l’età dell’obbligo, saperi e competenze necessari per affrontare con strumenti adeguati l’età adulta. E’ stato calcolato che per effetto dei tagli appena introdotti, ad ogni bambina o bambino che entra oggi nella scuola primaria, al termine dell’obbligo scolastico saranno sottratte 63 settimane di istruzione, quasi due anni in meno di scuola.
2. L'Italia impegna solo lo 0,8 del PIL nella formazione e nella ricerca, contro il 2,2 della Francia, il 3,5
del Giappone e il 3,7% della Finlandia; con i tagli previsti nella legge di stabilità in corso di
approvazione il nostro paese scende ad un tendenziale 0,65% del PIL.
3. I tagli della legge finanziaria 244/2008 hanno operato una drastica riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che è la principale fonte di sostentamento dell'università pubblica1:
2009 7485 milioni di Euro
2010 7206 milioni di Euro (-3.73%)
2011 6130 milioni di Euro (-18.10%)
2012 6052 milioni di Euro (-19.14%)
Inoltre il Ministero non ha ancora versato agli atenei il FFO del 2010, impedendo di fatto la chiusura del bilancio per quest’anno e la previsione di spesa per il
2011. Un gesto gravissimo che rende ingovernabili le Università.
Lo stanziamento 2011 é addirittura insufficiente a coprire le sole spese di personale in gran parte degli atenei, compresi quelli “virtuosi”, e mancano quindi completamente le risorse per la didattica ed i laboratori.
Con il maxiemendamento alla legge di stabilità presentato nei giorni scorsi si reintegra di 800 milioni di euro il FFO del 2011, ma dato che il taglio originario era di 1076 milioni rimane un saldo negativo di 276 milioni e resta la previsione di un tracollo negli stanziamenti 2012.

Per i prossimi anni sono inoltre previsti:
Personale accademico di ruolo in forte flessione
Blocco del turnover
Diminuzione delle borse di dottorato

Nel 2009 la Francia ha invece destinato al sistema educativo risorse aggiuntive pari ad un 1% di PIL e la Germania ha accresciuto i fondi a sostegno della ricerca dell’8%.
Il PD ha proposto invece il pieno reintegro del FFO da finanziarsi con la tassazione delle rendite
finanziarie e di utilizzare le risorse derivanti dalla vendita delle frequenze del digitale per un piano investimenti finalizzato a potenziare la ricerca scientifica, a migliorare le sedi e le strutture didattiche e a sostenere la proiezione internazionale dei nostri atenei.
4. I fondi PRIN che finanziano progetti di ricerca sono diminuiti costantemente e nel decennio si sono più che dimezzati in valore reale. Si spendono complessivamente per la ricerca delle università italiane circa 80 milioni di euro, meno di quanto si è speso per incentivare i decoder della televisione.
5. Il Ministero ha ridotto in modo sostanziale anche il fondo ordinario per il 2011 degli Enti di Ricerca (CNR, INAF, INFN, ASI ecc.). Il taglio ulteriore rispetto al 2010 è di 95 milioni, confermato anche dopo il maxiemendamento, è insostenibile per la maggior parte degli enti di ricerca che non hanno un margine di investimento oltre ai costi fissi del personale e del funzionamento e fortemente penalizzante per gli enti che hanno una frazione significativa del bilancio destinata all' investimento in esperimenti ed infrastrutture di ricerca.
6. La legge di stabilità per il 2011 ha previsto un taglio dell’85% (!!!) le borse di studio per gli studenti universitari. Con il maxiemendamento si ripristinano 100 milioni lasciando in sostanza invariata l’attuale situazione, che comunque lascia privi di borsa di studio per mancanza di fondi decine di migliaia di studenti. Il solo fatto che si sia potuto pensare ad un taglio di questa dimensione testimonia una volontà ferocemente punitiva e classista, che, violando il dettato costituzionale, è disponibile a tagliare il futuro a migliaia di giovani capaci e meritevoli ma privi di mezzi, ostacolando ulteriormente la mobilità sociale. La Regione Emilia Romagna che, integrando con proprie risorse le assegnazioni ministeriali, ha finora garantito la borsa di studio al 100% degli aventi diritto, è dal canto suo alle prese
con l’entità drammatica del taglio operato dal Governo nei trasferimenti agli enti locali.
Questo elenco, peraltro non esaustivo, illustra un accanimento punitivo nei confronti del Sapere e della Ricerca, fattori strategici per lo sviluppo economico e sociale del Paese, che deve essere denunciato e contrastato con la massima forza.

Politiche per lo sviluppo delle comunità e dei territori.

La presenza di una rete territoriale di Istituti superiori, di Università ed Enti di Ricerca è di importanza strategica per ogni comunità locale delle nostra Regione.
E’ necessario che gli amministratori locali ne siano consapevoli così come è importante che la rete sia fruibile, raggiungibile ed attenta alle istanze ed alle sollecitazioni provenienti dai vari ambiti territoriali.
L’uscita dalla crisi non potrà avvenire applicando ricette tradizionali; il sistema produttivo dovrà trasformarsi significativamente se vuole mantenersi competitivo e le comunità potranno crescere se sapranno guardare al mondo con sguardo strategico, senza chiudersi in illusorie autosufficienze localistiche, e se sapranno utilizzare al meglio le opportunità offerte dalla rete regionale delle strutture di istruzione e di ricerca, le quali,
considerata la scarsità di risorse disponibili, dovranno lavorare sempre più in modo integrato, mediante accordi e livelli territoriali di programmazione, per evitare sprechi di risorse ed accrescere la specializzazione.

1. Investire sul capitale umano

Si costruisce futuro se si prepara una classe dirigente, capace di pensiero strategico e di buona amministrazione. Occorre quindi investire sul capitale umano, favorire l’accesso all’istruzione, promuovere i talenti valorizzando il merito. In quest’ambito le competenze femminili e i giovani talenti possono rappresentare risorse di fondamentale importanza su cui investire con politiche attive, per superare ritardi ormai anacronistici e palesemente dannosi per la crescita economica e l’avanzamento sociale.

Azioni:
Potenziare i Poli Tecnici e la Formazione Tecnica Tecnologica e Scientifica promuovendo nei singoli ambiti territoriali (comunali, provinciali, ma anche intercomunali ed interprovinciali) accordi che coinvolgano gli istituti tecnici gli enti locali, Università ed enti di ricerca, le imprese del territorio ed altre istituzioni di rilievo delle comunità. Solo mettendo in rete tutti questi attori si potranno condividere le priorità e far convergere le risorse su progetti mirati di specifica utilità per il territorio di riferimento. I tempi che viviamo impongono questa collaborazione ed il recupero di una logica mutualistica di comunità.
Un simile approccio deve essere orientato a sfruttare il potenziale esistente ed a favorire l’emersione di progetti, anche sovra territoriali, senza preordinare temi specifici e valorizzando anche il potenziale dei progetti di tipo umanistico in campo artistico, culturale e turistico.
Potenziare il lavoro ad alta qualificazione tecnico scientifica in un’alleanza strategica con il sistema dell’Università e della ricerca.
Le comunità locali devono assumere iniziative volte ad utilizzare al meglio le opportunità offerte dalle Rete Regionale di alta formazione per promuovere la crescita dei propri cittadini.
La Rete Regionale è impegnata a sviluppare e attrarre i talenti mediante:
• un programma diffuso per dottorati in impresa (a livello internazionale);
• un programma di contratti di avviamento per contatti di ricerca collaborativa;
• un programma di alternanza Università-impresa (accorciando il periodo di permanenza nel percorso di solo studio);
• un sistema di alternanza integrazione-studio-lavoro durante tutto l'arco della vita;
• uno sviluppo di modelli qualificati di impresa come luogo qualificato di produzione di conoscenza e di alta formazione legata a programmi di R&D;
• modelli qualificati di orientamento industriale verso la formazione tecnica su standard internazionali;
• potenziamento del Programma SPINNER in partnership con imprese e fondazioni

2. Lavorare per progetti: innovazione e trasferimento tecnologico

La velocità del cambiamento deve essere affrontata con una forte capacità “attrattiva” di capitali, conoscenze, talenti e politiche: un’attrazione gravitazionale, forte, che si deve fondare su qualità, identità, massa critica, e grande capacità di innovazione nella conoscenza, nella tecnologia, nell’organizzazione.
Sarà decisiva la capacità di accedere ai grandi serbatoi di spesa globali, quali i grants del VII programma quadro europeo; la concorrenza sarà forte per cui si rende indispensabile un’azione coordinata del nostro sistema universitario regionale e degli Enti Per la Ricerca (EPR), per raggiungere il livello di massa critica essenziale per accedere ai grandi bandi internazionali e per competere sui progetti e sull’attrattività.
In tale contesto le Università e gli EPR della nostra regione dovranno lavorare insieme, prevedendo una mobilità interuniversitaria di docenti e studenti, per poter internazionalizzare i dipartimenti ed adeguare la dimensione delle unità di ricerca: i tagli apportati dal Governo rischiano di compromettere questo necessario e strategico processo.
Potenziare l'economia artistica e della creatività.
L'innovazione di un tessuto produttivo messo in ginocchio dalla crisi non si attua solamente con freddi strumenti tecnologici o economici.
La creatività è elemento fondante anche dei processi di produzione industriale. Prima della produzione viene la creatività. Prima delle imprese vengono le persone. Prima dei parchi tecnologici vengono i luoghi dell'invenzione giovanile. Vogliamo che l'innovazione sia parte di un percorso sociale condiviso.
Per rilanciare il nostro tessuto produttivo dobbiamo anzitutto rilanciare la creatività dei giovani delle nostre città. Il nostro territorio vanta una secolare vocazione artistica e letteraria ed ha un patrimonio storico ed artistico che non ha uguali nel mondo. Le comunità locali devono essere consapevoli dell'enorme potenziale culturale ed umano che posseggono. Vogliamo uscire da questa crisi con una nuova generazione creativa che guardi al futuro con fiducia.
Sfruttando la rete di Università, Conservatori, Accademie di Belle Arti, Musei e Scuole comunali artistiche e musicali le amministrazioni locali possono mettere in opera interventi mirati che stimolino approcci innovativi alla valorizzazione, alla conservazione e alla fruibilità del nostro diffuso patrimonio storico e artistico,
diventando protagoniste di una nuova domanda di innovazione che possa stimolare nuove forme di turismo.
Si dovrà agganciare e stimolare il tessuto di industrie artistiche e creative già diffuse ed operanti nel nostro territorio, favorendo lo sviluppo di reti come il Romagna Creative District e guidando la realizzazione di parchi artistici ed incubatori creativi, a completamento di quelli scientifici e tecnologici, che possano innovare nei servizi di comunicazione per le imprese pubbliche e private e sviluppare una nuova economia artistica e della creatività.

Per un sistema produttivo locale più competitivo diffondere il trasferimento tecnologico

Sui Tecnopoli si gioca molta parte della futura competitività del nostro sistema territoriale e quindi occorre lo sforzo massimo di tutte le Università, IPR e dei gruppi di ricerca coinvolti ed una accelerazione, poiché la congiuntura che viviamo impone di fare subito il massimo sforzo di supporto all’innovazione ed alla produttività delle nostre imprese. In tal senso si può valutare anche un’eventuale una riduzione dei fondi destinati agli investimenti in strutture immobiliari (che potrebbero essere comunque effettuati utilizzando forme di
partenariato pubblico privato) per liberare risorse da destinare ad un maggiore investimento in relazioni, ricerca di base ed applicazioni.
Bisogna promuovere in un vero a proprio piano di marketing della ricerca emiliano romagnola prodotta dai Tecnopoli e dalla Rete dell’Alta Tecnologia e rendere fruibile il trasferimento tecnologico su tutto il territorio regionale, anche tramite l figura dei broker dell’innovazione.
Parimenti importante per lo sviluppo delle nostre comunità sarà la capacità di sfruttare al massimo in tutti i comuni, compresi quelli più decentrati, le opportunità offerte dalla rete Regionale Lepida e dotarsi di servizi comuni ad una rete di incubatori di impresa che possano insediarsi su tali territori e sostenere anche spin off e progetti di innovazione legati all’economia del territorio.
L’innovazione è diventata un fattore assolutamente strategico anche in agricoltura. Il settore agro-alimentare emiliano-romagnolo è sempre più orientato alla differenziazione dei propri prodotti, ottenuta puntando sulla qualità e sulla tipicità delle produzioni.
Per conservare la sua competitività, occorrono interventi mirati alla promozione dell’innovazione, in grado di superare le carenze strutturali che la contraddistinguono (aziende piccole, imprenditori anziani, difficoltà di collegamento con la ricerca). Il rapporto con le Università è quindi fondamentale per un’agricoltura competitiva, attenta alla sostenibilità ambientale, capace di attrarre i giovani e di innovare nelle fasi di
produzione, distribuzione e promozione dei propri prodotti.
In questo caso, il ruolo della Regione e del collegamento fornito dagli enti territoriali è decisivo, in quanto l’intervento nazionale è poco incisivo e in costante diminuzione. In particolare, è necessario aggregare la domanda d’innovazione delle diverse filiere agroalimentari presenti in regione organizzando moderni servizi di consulenza e formazione professionale, in grado di cogliere con professionalità e dinamismo le esigenze
effettive del mondo produttivo.

3. Difendere il diritto allo studio

Il PD ritiene strategico l’investimento nell’Istruzione e nei Saperi e coerentemente è impegnato a favorire l’accesso a scuola ed Università degli individui, nell’interesse della loro crescita umana e culturale e dello sviluppo economico e civile della Comunità.
Le politiche di diritto allo studio sono quindi di grande importanza. I tagli del Governo avranno ripercussioni sulle borse di studio, sui trasporti e la mobilità studentesca e su tutti gli altri elementi di welfare studentesco che costituiscono negli altri paesi uno degli elementi chiave dell’attrattività e della competitività di un sistema universitario.
Ogni comunità locale deve sforzarsi di considerare strategico l’investimento sui propri giovani ed adoperarsi, pur nella scarsità di risorse date, a far sì che nessun talento venga sprecato, che nessun ragazzo o ragazza rinunci a studiare per mancanza di mezzi.
Il Partito Democratico intende difendere i principi costituzionali in materia di Diritto allo Studio, cercando alleanze con enti ed istituzioni del territorio per mobilitare fondi e servizi integrati ed innovativi (housing sociale, mobilità studentesca, fondo di garanzia per i giovani ecc.) e rivendicando la piena applicazione del Titolo V, respingendo ogni incursione centralista sulla materia (a partire da quanto previsto nel DDL Gelmini).


SCHEDA INFORMATIVA
I dieci Tecnopoli, sono infrastrutture fisiche dove i laboratori di ricerca potranno insediarsi e organizzarsi per lavorare con le imprese, mette in campo 234 milioni di investimenti di cui 130 arrivano dai contributi regionali, 90 dalle Università e dai centri di ricerca, 14 dagli enti locali che contribuiscono a mettere a disposizione aree e infrastrutture.
L’investimento in infrastrutture é di 68 milioni di euro; 54 milioni andranno invece per le attrezzature scientifiche e 112 milioni di euro per i contratti dei nuovi ricercatori.
In tutto 160 mila i metri quadrati di aree dedicate alla ricerca industriale, campus universitari scientifici come quelli di Parma e Modena o aree e siti industriali riqualificati come a Bologna, Ravenna, Faenza, Forlì e Cesena, Rimini, Spilamberto, Vignola, Reggio Emilia, Piacenza. 46 laboratori di ricerca al lavoro e 7 centri per l’innovazione.
I ricercatori coinvolti nel programma in modo permanente sono circa 2000, di cui circa 520 con nuovi contratti o assegni di ricerca. Il resto è rappresentato dai ricercatori e professori già presenti nelle Università o negli enti di ricerca.
Sono coinvolti in questo programma le Università di Bologna, con i poli romagnoli di Cesena, Rimini, Ravenna e Forlì, di Modena e Reggio Emilia, di Ferrara e di Parma, il Politecnico e la Cattolica di Milano con sede a Piacenza, il CNR, l’ENEA, l’Istituto Ortopedico Rizzoli e altri organismi di ricerca. Sono inoltre coinvolti gli enti locali, in particolare le province, i comuni capoluogo e i principali comuni, con interventi spesso molto significativi anche in termini di riqualificazione urbana.
La Rete Regionale dell’Alta Tecnologia, è organizzata su 46 strutture di laboratorio di ricerca, tutte con configurazione autonoma dal punto di vista giuridico e/o organizzativo e scientifico, e collegate tra loro in rete attraverso il lavoro di coordinamento svolto dall’ASTER nell’ambito delle piattaforme tematiche in cui vengono aggregati: l’alta tecnologia meccanica e i nuovi materiali avanzati, l’agroalimentare, le costruzioni, le scienze della vita, l’energia e l’ambiente, l’ICT design e il multimediale.
A questi si aggiungono 7 centri per l’innovazione già appartenenti alla Rete, per un totale di 53 strutture complessive.
Disponiamo quindi di una grande massa di competenze tecnico-scientifiche, di strutture e facilities a favore del sistema produttivo regionale, soprattutto nei confronti delle principali specializzazioni produttive che lo caratterizzano, per favorire il passaggio “dai distretti produttivi ai distretti tecnologici”.

A cura del PD dell'Emilia-Romagna (Novembre 2010)

venerdì 8 ottobre 2010

Gelmini e la riforma dell'Università.

Intervista ad Antonio Genovese
A cura di Bijoy M. Trentin e Emanuela De Luca


Il percorso di elaborazione della Legge relativa alla riforma dell’Università è incerto, per le vicende finanaziarie, ma anche per le proteste, vaste ed articolate che ne hanno accompagnato l'iter parlamentare.
La legge prevede mutamenti a tutti i livelli, dalle questioni didattiche alla governance.
Ora, molti ricercatori sono favorevoli a non dare la disponibilità a assumere la responsabilità didattica dei corsi per affidamento/supplenza nell’a.a. 2010/2011, non essendo formalmente tenuti a svolgere questo specifico tipo di attività didattica: ciò non sarà irrilevante, poiché moltissimi corsi sono ‘tenuti’ proprio dai ricercatori a tempo (in)determinato. Se le misure previste per le possibilità di carriera di questi sono ritenute insufficienti, quelle per i cosiddetti ‘ricercatori precari’ sono considerate ancora piú inadeguate. Il problema principale, tuttavia, è – si sa – economico: i finanziamenti sono carenti, anche in fase di riforma. La strettoia riduce considerevolmente le possibilità di reclutamento di personale ricercatore-docente, conducendo l’università all’impoverimento delle specializzazioni (di certo di quelle non facilmente mercificabili), in un magma generalista, tutto appiattito sui criteri economici, che non considera le potenzialità delle specificità, preziose a fronte anche di dati quantitativi minimi, che non dovrebbero condurre alla creazione di lugubri riserve o persino a nefaste soppressioni: il rapporto che si sta delineando tra centralismo e autonomia garantirà ancora il rispetto di standard condivisi e l’effettiva valorizzazione delle capacità?
Su questi e altri temi di riforma dell’università abbiamo intervistato Antonio Genovese, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale (http://www.unibo.it/docenti/antonio.genovese). [B.M.T.]


Rispetto al “decreto Gelmini” ci sono state posizioni particolari nella Facoltà in cui lavora?

Sì. Intanto c’è stata l’iniziativa, anche molto ben organizzata, dei ricercatori strutturati. Perché queste proposte legislative sembrano, per quello che se ne conosce oggi, costruire un buco nero per gli attuali ricercatori: non si capisce bene quali prospettive di carriera potranno avere, quale sarà la loro collocazione futura. E questa, credo davvero, sia una situazione molto pericolosa perché gli attuali ricercatori non fanno solo ricerca all’università, ma anche didattica. C’è un carico consistente della didattica universitaria che corre il rischio di essere bloccato. Inoltre in queste iniziative governative c’è, secondo me, anche un tentativo di mascherare le situazioni.

Cosa intende dire?


Provo a spiegarmi perché credo che su questo tema occorra fare un passo indietro. All’interno della riforma universitaria, che è necessaria, si pone anche il problema dello stato giuridico dei docenti. L’attuale modello, anche se criticabile, è un modello che prevede in teoria due fasce di docenza, ma di fatto ve ne sono tre: i ricercatori, i professori associati, i professori ordinari, con poca distinzione di ruolo tra l’associato e l’ordinario, ma con una forte differenziazione tra ordinario/associato e la fascia dei ricercatori. Modello, come dicevo, criticabile, ma che aveva una sua logica: nacque come tentativo di razionalizzare la presenza dei ricercatori e dei docenti all’interno dell’università: prevedeva, alla fine della laurea, un momento di formazione, retribuito attraverso borse di studio, il dottorato di ricerca. Fra i dottori di ricerca, o meglio in maniera privilegiata fra i dottori di ricerca, doveva aprirsi la gara sulla base del merito per un posto di ricercatore. E il modello prevedeva che il ricercatore, che inizialmente doveva formarsi sia nella ricerca sia nella didattica, potesse poi avere davanti a sé aspirazioni di carriera col passaggio – attraverso concorso - a professore associato. Poi, come professore associato, poteva migliorare la condizione economica ma anche (diciamo così) la condizione professionale e di ricerca, con il passaggio a professore ordinario. Ovviamente non tutti i ricercatori sarebbero diventati associati e non tutti gli associati, ordinari: i concorsi avrebbero selezionato i migliori! Si tratta di un modello che prevedeva intanto un’università di massa e qualificata, un’università di massa all’interno della quale potessero convivere ricerca e didattica, in cui la didattica doveva essere vivificata attraverso l’attività di ricerca. Un modello che prevedeva diversi stadi, che andavano dalla formazione fino alla maturità professionale attraverso meccanismi di selezione rigorosi come i concorsi. Sarebbe da scrivere una lunga storia su questi temi, si dovrebbe andare a vedere cosa è successo negli anni passati con i blocchi successivi che ci sono stati nei concorsi che hanno creato via via degli “imbuti” che hanno impedito a lungo le carriere. Per cui molti ricercatori che oggi sono “anziani” nel ruolo non hanno nemmeno avuto la possibilità di avere un concorso o l’hanno avuto solo negli ultimi anni, come pure molti associati, molto spesso, non hanno avuto nemmeno la possibilità di partecipare a un concorso da ordinario, se non negli ultimi anni.

Dunque questo modello sarebbe da cambiare totalmente?

Questo è un modello che, a mio parere, aveva una sua logica, e seppure criticabile, a mio parere aveva molti aspetti positivi, in particolare il fatto che la carriera prevedesse momenti di formazione accanto a momenti in cui uno, come dire, esplicita, manifesta le proprie competenze professionali. Anche a monte si è verificato un blocco: il dottore di ricerca ha avuto una piccola borsa di studio al momento dell’ingresso nel dottorato di ricerca, ma, appena finito quel periodo, non essendoci mai stati o essendoci stati pochi (e molto diluiti nel tempo) concorsi per ricercatori, si è formata anche lì una enorme sacca di precariato - con forme molto diversificate, che andavano dall’assegno annuale all’assegno semestrale al co.co.co; insomma, una sacca di forte precarizzazione. Allora, proprio perché c’era questa sacca di forte precarizzazione, si era chiesto da più parti e da diversi anni di razionalizzare questa situazione e di creare una sorta di “ricercatori junior”, a tempo determinato (che poteva durare tre anni, quattro anni) una figura cioè che doveva sostituire questa selva di precariato. Invece, proprio su questo hanno fatto una specie di “gioco delle tre carte”: è sparito il ricercatore strutturato, di ruolo, ed è stata gonfiata quest’ipotesi del ricercatore a tempo determinato con contratto di 3+3 anni alla fine del quale, se supera il concorso, entra all’università oppure non entrerà mai più. Ma se entra, in quale fascia? Ecco allora che qui ritorna fuori il problema del modello che oggi viene proposto in relazione allo stato giuridico del personale. A mio parere, il modello implicito è da università privata di tipo americano, in cui c’è il docente ordinario che ha una coorte, a volte anche molto numerosa, di collaboratori non strutturati e al di sotto di questo gruppo continuerà ad esistere, a mio parere, una fascia di precarizzazione.
Quindi è un modello che risponde ad una logica economica: la riforma non la sta facendo il ministro Gelmini, quello che davvero sta facendo le riforme è Tremonti. La finanziaria è l’ennesima espressione di questo tema: si deve ridurre il personale, si deve ridurre la spesa pubblica. L’università viene pensata in altro modo, l’università pubblica sarà con pochi docenti e molti precari a svolgere le mansioni e le funzioni sia della ricerca sia della didattica e accanto all’università pubblica cominceranno a nascere le università private (e soprattutto quelle telematiche, vedi per esempio l’università di Mediaset, E-campus). Presto ci troveremo in un panorama diversificato: ci saranno molti diplomifici e poche università in grado di dare competenze elevate ma per le élite. Il modello americano è così. In America, vi sono alcune università di grande qualità, private e anche pubbliche, poi molte università di di media qualità private e pubbliche e poi c’è un livello bassissimo, dove i titoli di studio si possono anche prendere col solo riconoscimento delle attività professionali svolte. Laddove c’è l’assenza del valore legale del titolo di studio è evidente che il titolo non ha più significato in sé, ma lo ha in relazione alla qualità di chi lo attribuisce. A me questa sembra una strada davvero pericolosa, perché noi dobbiamo garantire che il medico laureato in Italia possa andare a fare il medico anche in Inghilterra o in Olanda, cioè occorre un titolo di studio riconosciuto a livello europeo. Insomma, è da anni che si sta lavorando sia sugli standard comuni, sia sulla necessità di arrivare a valutazioni che permettano di capire, diciamo così, anche gli standard differenziati e differenti. A me sembra che ci sia davvero una inversione di marcia notevolissima che ci porta verso i meccanismi della privatizzazione.

Ci sono anche altri stati che vanno in questa direzione o siamo solo noi in Italia?

Per quello che ho seguito e capito negli anni passati, mi sembrava che il percorso puntava a una sorta di avvicinamento dei sistemi universitari europei, tant’è che la nostra laurea triennale è stata fatta proprio per accorciare il percorso formativo italiano in maniera da renderlo simile a quanto succede in Francia, in Germania e soprattutto in Inghilterra. Quindi fin qui sembrava che con gli accordi europei (in particolare quello di Lisbona) ci fosse una sorta di orientamento generale anche in Europa per avere dei sistemi, spesso, misti, pubblico/privato - che però avevano nel controllo statale la garanzia di alcuni standard di qualità, il che avrebbe permesso la circolazione del titolo in Europa. Mi sembra che con questi passaggi della Gelmini stiamo andando completamente da un’altra parte!

Sì, ma molto spesso viene attaccato questo modello nuovo del 3+2…

È vero, ma succede forse perché siamo giunti a derive che non erano comunque previste e prevedibili. Penso che la riforma del 3 più 2 sia stata un’occasione mancata per l’università! L’università con la sua autonomia poteva gestire questo cambiamento in maniera molto diversa, ha perso davvero una chance importante. Invece, ha prevalso una logica corporativa per cui c’è stato un proliferare di sedi universitarie e di corsi universitari e spesso, nelle situazioni accademicamente più forti, c’è stato anche un proliferare di cattedre. Non sempre ha prevalso la logica del bisogno della didattica o della ricerca, ma la logica del potere universitario per garantire dei posti.

Ma forse il problema, per quanto riguarda il 3+2, non sta anche nella valutazione dei corsi? Perché finchè i corsi di laurea vengono valutati in base al numero degli studenti laureati ogni anno, se è la quantità che guida il mantenimento dei corsi stessi, ci si appiattisce per forza verso il basso.

C’è un problema vero anche lì, ma è non solo lì. Per esempio, per me sarebbe molto più semplice fare una didattica che seleziona il 50% degli studenti, per cui invece che averne 300, ho solo 150 studenti di cui frequentanti 75; io sono sicuro di lavorare molto, ma molto meglio e quei 75 li porto a livelli alti. Ma questo è il modello di università che vogliamo? Allora il punto decisivo è che bisogna lavorare sulle capacità che l’università ha di tenere gli studenti (cioè di contenere la dispersione universitaria!) e di promuovere le loro competenze…

Facevamo riferimento a quei corsi in cui ci sono veramente pochi studenti ma in cui vengono trasmesse delle conoscenze specifiche in determinati ambiti (per esempio l’astronomia, o certi corsi dell’area umanistica, come quelli di filologia classica); in questo caso la scomparsa di un corso e di certe cattedre poi porta a un impoverimento della stessa facoltà e dell’università.

È un discorso diverso, infatti anch’io son d’accordo su questo punto. Perché il tema della cultura nell’università e nella scuola non può avere sempre e soltanto il parametro economico esattamente per i motivi che dicevi tu. Il latino non va più di moda, non piace più a nessuno: chiudiamo? Una tradizione culturale italiana come quella classica la facciamo sparire perché i costi sono eccessivi, perché ci sono pochi studenti? Se arriviamo a questo, stiamo passando alla barbarie culturale. Perché un’università seria prende i soldi dove può prenderli e poi li distribuisce aiutando le situazioni deboli, perché quelle situazioni deboli sono patrimonio importante della nostra cultura, della nostra comunità. Certo, se io fossi un latinista non posso aver la pretesa di aver cattedre, ricercatori, ecc.; dovrò contenere le mie aspirazioni. Ma da questo, ad usare semplicemente la scure economica ce ne passa. Nell’università, come in tutte le situazioni di cultura, non si può utilizzare soltanto il parametro economico. Vi sono tanti settori che sono minoritari, piccoli ma importanti. Anche le ricerche di avanguardia: è chiaro che, in certe situazioni, quelle non sono ricerche immediatamente produttive, però può darsi che domani si rivelino un campo di ricerca importantissimo e fondamentale. Il punto decisivo è che il modello universitario italiano, che è anche un modello molto consistente in Europa, vede insieme due aspetti: la ricerca e la didattica, e questi due momenti, secondo me, bisogna tentare di tenerli insieme per davvero: dunque, bisogna trovare anche dei parametri economici per permettere un equilibrio all’interno. Per questo – tornando alla domanda di prima – è vero che non bisogna valutare in base alla quantità di studenti che si laureano, però è anche vero che è importante capire come l’istituzione funziona dal punto di vista della didattica, è un parametro importante. Certo che anche quello, preso in maniera rigida e astratta, porta al formalismo, alla scappatoia del “io promuovo tutti e buonanotte”. È questo il punto fondamentale: siamo in una società complessa, fatta di istituzioni complesse: la cultura di chi governa analizza i sistemi con la semplificazione. Allora, se questo insieme complesso io lo analizzo solo con l’elemento “quanti studenti bocci”, è chiaro che c’è sempre la possibilità di far saltar fuori il risultato che voglio, quello più favorevole al mantenimento dello status quo. Questo succede se si lavora su un solo parametro; se i parametri sono allargati, se c’è una valutazione longitudinale degli studenti, della qualità della didattica, dei supporti offerti agli studenti, se vado a vedere quanti di questi studenti trovano lavoro dopo la laurea nel loro settore di competenza, ecc., allora la cosa è diversa. Tu non hai promosso perché in questo modo il ministero ti valuta positivamente perché hai pochi fuori corso e ti dà i soldi, ma perché hai davvero favorite le conoscenze e le competenze degli studenti. Questo è il punto decisivo: siamo in una società complessa, ma ci si muovere sempre con la logica della semplificazione. La semplificazione non paga; paga momentaneamente, quando devi far quadrare i conti, ma il giorno dopo le cose non funzionano più.

domenica 8 agosto 2010

Ancora sul DDL Gelmini. Un’ altra voce dal mondo della ricerca

Mentre il disegno di legge Gelmini di riforma dell’università attende che si sfoltisca la coda legislativa creata da questioni di vitale importanza e di estrema urgenza per il nostro paese (quali la legge sulle intercettazioni…), cerchiamo di conoscere meglio, dall’interno, il mondo dell’università e della ricerca. Abbiamo, perciò, ascoltato il parere del dr. Paolo Tieri, ricercatore presso il laboratorio di Immunologia del Centro Interdipartimentale “L. Galvani” dell’Università di Bologna. Una testimonianza, accorata e appassionata, che disegna un quadro attuale estremamente negativo e capace di subire ulteriori danni nel prossimo futuro.

Che tipo di ricerche svolge il Suo gruppo di ricerca? E lei in particolare? Quali applicazioni pratiche trovano le Vostre ricerche?
Il laboratorio di Immunologia diretto dal Prof. Claudio Franceschi si occupa di invecchiamento umano e longevità da un punto di vista principalmente immunologico e genetico. In particolare si studiano individui centenari e ultracentenari, che rappresentano appunto un modello di "buon invecchiamento". Il laboratorio è a capo e partecipa a diversi grandi progetti di ricerca europei, tra cui il progetto GEHA, acronimo che sta per 'genetica dell'invecchiamento in salute'. Io mi occupo di modellizzazione e analisi del sistema immunitario: in parole semplici, il funzionamento del sistema immunitario si basa sulla 'cooperazione' di organi e di miriadi di cellule e proteine, che lavorano in maniera coordinata e incredibilmente complessa per proteggere l'organismo da attacchi esterni e riparare i danni che esso subisce nel normale corso della vita. In pratica cerco di 'ricostruire', utilizzando anche metodi matematici e simulazioni al computer, la struttura e il funzionamento del sistema immunitario per avere predizioni del suo comportamento, da verificare poi sperimentalmente. Se la predizione è giusta, allora si è aggiunto un altro tassello alla comprensione del funzionamento del sistema nel suo complesso. Le applicazioni pratiche della conoscenza della biologia umana - e delle dinamiche dell'invecchiamento nel nostro particolare caso - sono, direi, lapalissiane: in ultima analisi, l'obiettivo è una medicina (e/o farmacologia) preventiva e personalizzata, molto più mirata, efficace e meno invadente di quella odierna. Per arrivare, però, dalle scoperte della ricerca di base all'applicazione clinica ci vuole molto tempo: gli investimenti nella ricerca fatti oggi si vedranno, forse, tra dieci, quindici anni... cosa che non deve spaventare: eravamo negli ani Sessanta quando nacque la prima rete di computer intercomunicanti, e nessuno immaginava Internet com'è attualmente...
Voi ricercatori, oltre a svolgere il lavoro di ricerca, avete incarichi didattici?
Sì. A parte i due ricercatori a tempo indeterminato (che sono solo due su venticinque...) che lo fanno 'istituzionalmente', qui da noi più o meno tutti tengono corsi, minicorsi, lezioni e seminari agli studenti di diversi corsi di laurea e di master. Attività non retribuita: nessuno riceve un euro in più rispetto al proprio assegno di ricerca, borsa di studio o normale stipendio da ricercatore.
Quali sono, allo stato attuale, i problemi e le criticità nel vostro settore di ricerca che andrebbero risolte in via prioritaria?
Io individuo principalmente tre temi, strettamente interconnessi e comuni alla ricerca scientifica italiana, non solo al nostro settore: la totale mancanza di prospettive per chi fa scienza, la cronica scarsezza di fondi e l'imbarazzante età media di chi insegna e fa ricerca all'università. Nessuno che voglia intraprendere questo mestiere in Italia può dire dove sarà e cosa starà facendo fra cinque-dieci anni. Diventare ricercatore a tempo indeterminato oggi è un'impresa titanica, un'assunzione che normalmente arriva molto raramente, dopo aver resistito per almeno una decina di anni con contratti precari. I contratti a termine (assegni di ricerca e ex co.co.co) a loro volta dipendono in toto dalla volontà e dalla disponibilità di fondi del professore che vuole assumerti. I fondi di ricerca provengono in maggioranza da progetti europei, sui quali il ricercatore precario non ha nessun controllo. Non c'è praticamente controllo sulla qualità della ricerca fatta, quindi chiunque detenga il potere di assumere personale di ricerca non deve rispondere a nessuno della sua produttività scientifica, con le ovvie storture che questo sistema porta. È una situazione disastrosa, che allontana i migliori dalla ricerca universitaria italiana, perché in questo modo non possono avere nessun controllo sulla propria carriera e sulla propria vita. Forse sono eccessivamente catastrofista, ma in questo desolante panorama, senza un drastico cambiamento, dettato da una volontà politica cosciente, sapiente e decisa, andiamo incontro a un vero e proprio termine della ricerca 'made in Italy'.
Come crede si possano risolvere le criticità da Lei evidenziate nel campo della ricerca scientifica?
Credo che la ricetta per tentare di salvare la scienza italiana sia tanto semplice nelle scelte da fare quanto difficile nel portarle realmente avanti, alle prese con potentati, baronati, gerontocrazie e burocrazie che gestiscono questo paese. Bisogna che chi 'comanda', chi gestisce un ministero, capisca cosa vuol dire fare ricerca, una grandiosa e difficile impresa a lungo, lunghissimo termine, gestita da menti appassionate, brillanti e capaci di immaginazione. Bisogna che i fondi e gli investimenti dedicati aumentino almeno ai livelli di Germania, Francia, Inghilterra, Scandinavia (per non nominare gli USA o il Giappone...). Bisogna, ancora, che questi fondi siano gestiti in modo trasparente su base esclusivamente meritocratica, senza la mediazione di niente altro che di una agenzia per la ricerca che sia rigorosa e totalmente indipendente dalla politica, troppo intrecciata agli interessi di pochi. Infine bisogna che i passi della carriera di un ricercatore siano precisi e scadenzati, e legati esclusivamente alla sua capacità di fare vera scienza, fuori dalle dinamiche malate che oggi stroncano anche le più ferree volontà.
Gli ultimi interventi legislativi, e, in particolare, la proposta di riforma del ministro Gelmini, vanno in questa direzione? Cercano di dare risposta a queste necessità?
Nessuna delle cosiddette riforme universitarie presentate fino a ora, compresa ovviamente quella della Gelmini, rispondono minimamente a queste necessità. Sono maquillage, aggiustamenti di facciata, sono sbagliati e inefficaci, fatti cadere dall'alto senza sapere bene cosa si sta facendo, senza ascoltare le parti in gioco, senza sentire il parere di chi la ricerca la fa, con fatica e passione. Ma c'è di più: tra Finanziaria e legge Gelmini c'è in atto un vero e proprio tentativo di destrutturare e distruggere l'università statale. Come leggere le riduzioni drammatiche del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università? E la fortissima limitazione del turn-over delle assunzioni per (almeno) un quadriennio? E il prolungamento e l'istituzione di nuove figure di ricerca precarie? Mettiamoci dentro anche il disegno 'autoritario' di governo dell'università, e tutto ciò non può che apparire come una riforma 'contro', e non dell'università, un attacco all'istituzione università in quanto luogo di "libera azione di libere menti" (V. Bush). Nessuno può permettersi il lusso di rimanere inerte a guardare questa desolazione.

Emanuela De Luca

Ancora sul DDL Gelmini. A colloquio con gli studenti.

I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi,
hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto
con borse di studio, assegni alle famiglie
ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Costituzione della Repubblica Italiana, art. 34

Del resto, mia cara, di che si stupisce,
anche l’operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente ne può venir fuori,
non c’è più morale, contessa…
P. Pietrangeli, Contessa


I provvedimenti più discussi contenuti nel DDL Gelmini riguardano, come abbiamo messo in luce nella scorsa intervista [http://rdsuniversita.blogspot.com/2010/06/la-protesta-dei-ricercatori.html], principalmente i ricercatori. Ma la nostra attenzione è caduta su un’altra norma contenuta nella bozza del disegno di legge: l’art. 4 “Fondo per il merito” per mezzo del quale “è istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze un Fondo speciale per il merito finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti mediante prove nazionali standard (comma 1)”. Si tratta di un intervento riguardante il diritto allo studio; difatti “il Fondo è destinato a: a) erogare borse di studio da utilizzare per il pagamento di tasse e contributi universitari, nonché per la copertura delle spese di mantenimento durante gli studi; b) fornire buoni studio […] che prevedano una quota da restituire al termine degli studi […]; c) garantire prestiti d’onore […]” (comma 1). “Il Ministro, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze […] con propri decreti disciplina i criteri e le modalità di attuazione del presente articolo ed in particolare a) i criteri d’accesso alle prove nazionali standard; b) i criteri e le modalità di attribuzione delle borse e dei buoni di accesso ai finanziamenti garantiti; […] e) i requisiti di merito che gli studenti devono rispettare nel corso degli studi per mantenere il diritto a borse, buoni e finanziamenti garantiti; f) le modalità di utilizzo di borse, buoni e finanziamenti garantiti; […] i) le modalità di svolgimento delle prove nazionali standard” (comma 2). Sebbene il Fondo venga istituito presso il Ministero dell’economia e i criteri di funzionamento vengano disciplinati dal MIUR, “la gestione del Fondo, dei rapporti amministrativi con università e studenti è affidata a Consap s.p.a.” (comma 3) e “gli oneri di gestione e le spese di funzionamento degli interventi relativi al Fondo sono a carico delle risorse finanziare del fondo stesso” (comma 4). Ma chi eroga i finanziamenti per questo fondo? La risposta (vaga) negli articoli successivi: “Il Ministero dell’economia e delle finanze, con propri decreti, determina, secondo criteri di mercato, il corrispettivo per la garanzia dello Stato, da imputare ai finanziamenti erogati” (comma 5); “il Fondo speciale è alimentato con versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale effettuato da privati, società, enti e fondazioni, anche vincolati, nel rispetto delle finalità del fondo, a specifici usi, nonché con eventuali trasferimenti pubblici previsti da specifiche disposizioni” (comma 6); “il Ministero, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, promuove anche con apposite convenzioni, il concorso dei privati e disciplina con proprio decreto le modalità cui i soggetti donatori possono partecipare allo sviluppo del Fondo, anche costituendo, senza oneri per la finanza pubblica, un comitato consultivo” (comma 7). Nella bozza di decreto restano vaghi e dubbi molti aspetti, ad esempio la tipologia dei test nazionali, i finanziamenti su cui contare e dunque la quantità delle borse erogate.
Abbiamo chiesto, pertanto, un parere in generale sul DDL e in particolare sull’art. 4 ad Angelo Rinaldi, studente di Filosofia presso l’Ateneo bolognese e rappresentante degli studenti facente parte del “Sindacato degli Universitari”.
Le proteste più rumorose contro il DDL Gelmini sono state, finora, quelle dei ricercatori e di alcuni rettori. Le rappresentanze studentesche nazionali, invece, hanno espresso un parere in merito? Come hanno accolto questa proposta di riforma?
A livello nazionale le rappresentanze studentesche hanno espresso il loro parere su questo DDL; l’UDU (Unione degli Universitari) sia attraverso i forum istituzionali del Ministero sia attraverso il CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) ha posto un veto, ha detto “si parli di riforma ma si parli con gli studenti e non si chieda loro semplicemente una ratifica di ciò che è stato già deciso, e soprattutto si mettano in discussione i tagli”. Su questo l’UDU è stata molto netta e rigida: bisogna sfatare il mito per cui si può riformare l’università a costo zero. Un comportamento diverso abbiamo avuto dal CLDS (Coordinamento Liste Diritto allo Studio), che ha fondamentalmente ratificato già la legge 133 e ha chiesto dei piccoli compensativi sul diritto allo studio – che tra l’altro la Gelmini ha dato subito dopo il periodo dell’Onda, quindi come contentino per mettere a tacere quell’enorme protesta, cioè sono state concessioni frutto di una contingenza e non contrattazioni dirette del CLDS.
Esaminiamo la norma che riguarda più da vicino gli studenti, cioè l’istituzione del Fondo per il merito. Prima, però, può illustrarci l’attuale organizzazione del sostegno al diritto allo studio, i suoi punti forti e le criticità.
Attualmente il sostegno al diritto allo studio è gestito principalmente dalle Aziende regionali per il diritto allo studio universitario, che con i fondi provenienti per lo più dalle Regioni, finanziano le borse di studio. L’erogazione delle borse si basa su questo principio: se il nucleo familiare di cui fa parte lo studente rientra in determinati parametri economici, può fare domanda di borsa di studio (o usufruire di fasce di contribuzione ridotta, a seconda sempre dei parametri economici) presso l’università a cui è iscritto e, rimanendo immutate tali condizioni, lo studente usufruisce della borsa a patto che, ovviamente, alla fine di ogni anno riesca ad acquisire un certo numero di crediti formativi. Inoltre è previsto, almeno in Emilia Romagna, un certo numero di borse di studio per solo merito, erogato indipendentemente dai requisiti economici dello studente. Il punto di forza di questo sistema è proprio il fatto di considerare prioritaria la condizione sociale di partenza dello studente e di basarsi su quella per sostenere il suo diritto a studiare. Un difetto, a parer mio, è che questo sistema non tiene conto dell’andamento complessivo, cioè tiene conto, sì, dei crediti formativi, ma questi possono essere di qualsiasi tipologia, possono essere conseguiti con qualsiasi voto, e sono concepiti talvolta con un sistema molto rigido, cioè sono gli stessi sia per lo studente che studia e basta, sia per chi fa l’Erasmus, sia per chi lavora, sia per chi fa un’esperienza di tirocinio. Non è una cosa drammatica, certo, però da questo punto di vista si potrebbero creare percorsi più flessibili, diversificati a seconda della tipologia dello studente. Altro difetto è che si eroga il contributo non allo studente per il proprio percorso formativo, ma al suo nucleo familiare perché lo studente possa avere un percorso formativo; in tal modo non si prevede che proprio quei nuclei più disagiati chiedono un contributo maggiore allo studente. Infine difficilmente tutti gli studenti idonei ad usufruire della borsa di studio riescono ad essere anche assegnatari, poiché i finanziamenti non riescono sempre a coprire tutto il numero delle borse.
L’istituzione del Fondo per il merito come si inserisce in questo quadro? Risolve i problemi e le carenze dell’attuale sistema di diritto allo studio?
Assolutamente no, anzi, costituisce un passo indietro rispetto al diritto allo studio. Innanzitutto perché è un provvedimento che fa parte di una riforma che dovrà esser fatta a costo zero; a ciò si aggiunge il fatto che la riforma è preceduta e accompagnata da tagli, prima quelli della legge 133/2008 e poi da ultimo la manovra finanziaria, che taglia indiscriminatamente anche i fondi alle Regioni. Inoltre noi, come Sindacato degli Universitari, riteniamo che proprio il principio che sta alla base del Fondo per il merito sia sbagliato. La logica è questa: il Ministero eroga la borsa allo studente a prescindere dalla sua provenienza regionale, dall’appartenenza a un sistema di diritto allo studio (in quanto il fondo per il merito è su base nazionale) perché ha dei requisiti considerati meritori. Una volta ottenuta la borsa, lo studente va a scegliersi l’università che ritiene migliore. In sostanza è un’idea abbastanza malata di libero mercato del sapere. Dov’è che non funziona poi questa logica? Nel momento in cui si va a fare il test nazionale delle borse di merito, con un quizzone a crocette, quasi fosse l’esame per la patente, non il diritto allo studio. Altro problema: siccome il prelievo fiscale avverrà sulle borse di studio, per più anni il Ministero attribuisce borse di merito e per più anni le conferma agli studenti che le hanno già prese, meno soldi passa alle Regioni per il diritto allo studio. E quindi meno soldi le Regioni sono vincolate a metterci perché c’è il vincolo che se, ad esempio, il Ministero eroga un euro, la Regione deve mettercene un altro. Quindi tagliando un euro se ne tagliano due. La nostra paura qual è? È che si vada a togliere il diritto allo studio come welfare, come diritto sancito costituzionalmente, e lo si vada a trasformare in un incentivo premiante basato su criteri di merito che sono tutt’altro che discutibili. La meritocrazia intesa in questo modo porta alla scelta di coloro che magari provengono da un tessuto sociale migliore ed hanno possibilità economiche maggiori, quindi si va a selezionare il più forte socialmente, si va a rimarcare una gerarchia economica. Tutt’altro che studio inteso come mezzo di progressione sociale. L’Università invece, essendo un’istituzione formativa, deve avere la serietà e il coraggio di dare i mezzi prioritariamente a chi non li possiede, a chi economicamente non ce la fa (a patto sempre che rispetti e rientri nei parametri economici e di crediti conseguiti), soprattutto in questo periodo. Invece si istituzionalizza un principio esattamente opposto.
In generale, al di là dell’art. 4, qual è il vostro parere sul DDL Gelmini?
Secondo noi, sulla governance contiene un principio condivisibile: il fatto che il CDA e il Senato accademico debbano avere competenze nette e diverse. Per il resto, questo è un testo non discutibile, ma proprio irricevibile perché intende riformare l’università senza investire neanche un soldo. Se davvero si vuole parlare di riforma dell’università, allora, secondo noi, bisogna prendere in considerazione questi punti: diritto allo studio, qualità della didattica (che non dovrebbe essere semplicemente riproduttiva, soprattutto nelle facoltà umanistiche, e non dovrebbe basarsi solo sulla quantità degli studenti laureati), governance migliore, responsabilità (non si possono aprire le sedi universitarie come i funghi). Se la riforma deve servire solo a fare cassa, allora no, non si discute neanche. Per questo le ultime normative sono irricevibili, perché noi vogliamo parlare di università come istituzione formativa, il governo, invece, di esigenze di bilancio spacciandole per riforma.

Emanuela De Luca